Da tempo la storia della Bosnia-Erzegovina scrive il nome di Ratko Mladic attraverso le fosse comuni, i cimiteri musulmani, le ossa di una stessa persona ritrovate in diverse fosse, i bambini di Sarajevo uccisi dalle granate e dai cecchini e un mese di luglio a Srebrenica dopo il quale l’umanità ha dovuto pronunciare ancora una volta la parola più terribile per definire la propria capacità di distruggere l’essere umano: genocidio. I gradi e le spalline da generale appartengono alla sua biografia militare. Il genocidio, le fosse comuni e le migliaia di morti appartengono alla sua biografia storica. E questa biografia gli sopravvivrà più a lungo di tutti i murales e dei miti attraverso i quali cercheranno di trasferirlo dal territorio della sentenza a quello degli eroi serbi. Ratko Mladić è morto da criminale di guerra condannato con sentenza definitiva all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica, per persecuzione, sterminio, omicidi, deportazioni, trasferimento forzato della popolazione, terrorismo e attacchi illegali contro i civili di Sarajevo, nonché per la presa in ostaggio di membri delle Nazioni Unite. La morte di Ratko Mladic aprirà una nuova fase della sua mitologizzazione, perché da decenni il nazionalismo serbo dispone di un meccanismo quasi perfetto per trasformare una sconfitta storica in una vittoria morale, un criminale in un eroe, le sentenze in un complotto. Mladic passerà ora dalla cella del carcere alla leggenda neocetnica se la società continuerà abbastanza a lungo ad alimentare la propria menzogna, arriverà fino ai libri di testo e nelle teste di nuovi bambini che la guerra non l’hanno vista, ma ai quali gli adulti insegneranno a essere orgogliosi di un uomo condannato per genocidio. Ma i morti hanno un grande vantaggio sulla propaganda: hanno lasciato le ossa. È rimasto il Memoriale di Potočari. Sono rimasti i nomi degli oltre ottomila bosiaci uccisi nel genocidio di Srebrenica. Sono rimaste le famiglie che per decenni hanno aspettato che dalle fosse comuni arrivassero loro le ossa di un figlio, di un padre, di un fratello o di un marito, per avere qualcosa da deporre in una tomba. È rimasta Sarajevo, la città i cui abitanti sono stati tenuti per anni dalle forze di Mladic sotto il terrore dell’artiglieria e dei cecchini. Dopo la guerra, quello stesso generale si trasformò in un latitante che per anni è sfuggito alla giustizia. L’uomo il cui culto era stato costruito sul presunto coraggio militare, trascorse quasi sedici anni fuggendo dall’aula di tribunale, nascondendosi in porcili e pollai, finché nel 2011 non venne trovato in Serbia e portato nel luogo in cui la sua mitologia dovette scontrarsi con le prove. Ed è forse proprio questa l’immagine perfetta di Mladic: forte davanti agli indifesi e fuggiasco davanti alla giustizia. Parleranno delle malattie, della vecchiaia, della famiglia e della morte lontano dalla Serbia. Diranno quanto abbia sofferto, quanto sia stata crudele l’Aja, come gli si sarebbe dovuto permettere di trascorrere gli ultimi giorni tra i suoi. Ma è proprio qui che comincia quel calcolo morale che gli ammiratori di Mladic si rifiutano ostinatamente di fare. Migliaia delle sue vittime non hanno ricevuto né misericordia né quella vecchiaia. I ragazzi di Srebrenica non hanno avuto ottant’anni di vita. I bambini di Sarajevo uccisi dalle granate e dai cecchini non hanno avuto la possibilità di diventare vecchi. Le loro madri hanno ricevuto sacchetti contenenti ossa, talvolta ritrovate a distanza di anni le une dalle altre. La morte di Mladic apre una questione molto più importante: che cosa faranno della sua morte le società che per decenni lo hanno celebrato? Possiamo intuirlo. Compariranno racconti sul martire, sull’uomo che «difendeva il proprio popolo», sull’Aja come prigione per i serbi, ma la storia conserverà accanto al nome di Mladic ciò da cui non è più possibile nascondersi: criminale di guerra condannato per il genocidio di Srebrenica. *Dragan Bursac, serbo bosniaco, docente di filosofia è tra le voci più critiche contro i nazionalismi, vive sotto protezione Traduzione di Andrea Rizza Goldstein