«Tutte le nostre più vecchie e più belle leggende ammettono che il tempo passa e la gente invecchia e muore. La leggenda di Robin Hood non sarebbe completa senza l’ultima freccia scagliata alla cieca per stabilire il luogo della sua sepoltura». Lo scriveva il grande sceneggiatore di fumetti inglese Alan Moore nell’introduzione alla prima edizione in volume di «Batman – Il ritorno del Cavaliere Oscuro» di Frank Miller, capolavoro uscito per la prima volta nel 1986 con un Batman invecchiato che torna a combattere il crimine in una Gotham City mai così corrotta. Quarant’anni fa citando Robin Hood Moore aveva probabilmente in mente «Robin e Marian», film del 1976 diretto da Richard Lester con la morte dell’eroico fuorilegge. Ci sono in effetti delle similitudini fra quel Batman e quel Robin con l’ex bandito (Sean Connery) che torna in Inghilterra dopo aver combattuto al servizio di re Riccardo Cuor di Leone (che muore in Francia in modo inglorioso), trova l’amata Lady Marian (Audrey Hepburn) diventata suora e combatte l’ultima battaglia con lo sceriffo di Nottingham (Robert Shaw). Gli anni Settanta sono stati, specie al cinema, il decennio della rilettura dei miti e il film è strutturato come un western crepuscolare, che al tempo stesso decostruisce l’eroe e lo rilancia. All’epoca Sean Connery e Audrey Hepburn avevano rispettivamente quarantasei e quarantasette anni: non certo tanti adesso ma non pochi all’epoca e parecchi nel Medioevo, nel film sono visti come vecchi, sorpassati, reliquie del passato. Secondo una antica ballata tradizionali inglese, «Robin Hood’s Death», il bandito idealista muore a causa del tradimento della priora del convento di Kirklees, sua cugina, che lo fa morire dissanguato: qui la monaca assassina è Lady Marian che lo avvelena dopo l’ultima battaglia (vinta, ma una vittoria di Pirro, ma con quasi tutti i suoi Allegri Compagni morti, resta solo Little John che lo guarda morire) e l’ultima scena inquadra la freccia che ha scagliato per indicare la sua sepoltura. La stessa scena (ma dei tre protagonisti c’è solo Robin Hood, per quanto gli altri due siano collegati ai personaggi di «Robin e Marian») chiude «Robin Hood-Il prezzo del sangue», diretto da Michael Sarnoski adesso al cinema con protagonista Hugh Jackman. Il film vorrebbe ricalcare «Logan The Wolverine» (2017) con la morte dell’eroe Marvel che ha reso famoso Jackman (e infatti il titolo originale è «The Death of Robin Hood»), anche se è poi tornato a interpretarlo nel 2024 in «Deadpool & Wolverine» (la scusa è che si trattava di un Wolverine di un altro universo). Però nel film Logan restava un eroe, come del resto Sean Connery in «Robin e Marian», seppure un eroe problematico. Qui invece Robin Hood è un fuorilegge e un assassino, la sua fama di eroe che ruba ai ricchi e dona ai poveri, è falsa, tutte le leggende su di lui sono inventate. Tranne quella sulla sua abilità come arciere e come combattente: è ormai invecchiato (siamo nel 1247, quasi cinquant’anni dopo la morte di Re Riccardo), i parenti delle sue vittime cercano di ucciderlo, ma senza successo. Non è una novità che Robin Hood sia visto come un semplice ladro, non un nobile ribelle, ad esempio succedeva già nella storia a fumetti «Topolino contro Robin Hood» (1936, soggetto e disegni del grande Floyd Gottfredson, sceneggiatura di Ted Osborne), ma in quel caso era anche perché l’eroe era appunto Topolino. E comunque qui è pure un assassino senza scrupoli. Con Little John (Bill Skarsgård), ultimo dei suoi compagni ancora in vita, compie un’ultima avventura aiutandolo a salvare sua moglie e sua figlia Margaret (Faith Delaney), rapiti da una famiglia di proprietari terrieri dopo aver scoperto che si spacciava per un contadino che aveva ucciso. La loro missione ha un successo solo parziale: uccidono molti uomini, liberano Margaret, ma la moglie di Little John muore, Robin Hood viene ferito gravemente e portato dall’amico in un convento su una lontana isola, guidato da una misteriosa priora, Suor Brigid (Jodie Comer). Questa cura le sue ferite, sull’isola lo raggiunge presto Margaret (Little John è stato ucciso), ma, anche se usa un falso nome, il suo passato lo perseguita, il lebbroso che aiuta la priora (Murray Bartlett) è un suo vecchio nemico al quale ha tagliato l’orecchio in duello e lo riconosce. Però non nutre desideri di vendetta e gli dice di non rivelare a Suor Brigid di essere Robin Hood: anni addietro aveva ucciso il marito di lei, facendola quindi andare in convento. Robin cerca di educare Margaret (all’oscuro del passato di bandito del padre) e sembra avviarsi verso una sorta di redenzione, ma la priora si rivela essere più una sorta di sacerdotessa pagana che una vera suora, nessuna autentica redenzione in senso cristiano è possibile. Il finale è quindi analogo a quello della ballata e di «Robin e Marian», con però significative differenze: è Robin a chiedere a Brigid di ucciderlo, al suo capezzale, non c’è Little John ma sua figlia ed è lei a scagliare la freccia finale, che però lo spettatore non vede. Un film non privo di interesse, specie per il ritratto di un’Inghilterra medievale ancora barbarica (e solo in apparenza cristianizzata), ben diversa dai ricchi e raffinati Comuni italiani. Ma se c’è un’epoca nella quale c’è bisogno di eroi è proprio questa: nelle storie crepuscolari (lo abbiamo visto nel Batman di Miller, nel Robin Hood di Connery, o anche in «Il pistolero», ultimo commovente western di John Wayne, uscito nel 1976, lo stesso anno di «Robin e Marian») l’eroe può essere ormai vecchio, può perdere, può anche morire, ma alla fin fine è sempre un eroe. Questo Robin Hood non si riscatta, è un fuorilegge e assassino stanco della vita che chiede l’eutanasia, in un film non crepuscolare ma nichilista. Walter Siccardi, un italiano a Sherwood
Un Robin Hood più nichilista che crepuscolare
Il film «Robin Hood-Il prezzo del sangue» con Hugn Jackman rilegge l’eroe fuorilegge medioevale







