In crisi di idee originali, e di sceneggiature, Hollywood ripiega sulle storie bene note, aggiornandole come può. Dopo l’«Odissea» dei record di Nolan e il nuovo-vecchio Uomo Ragno di Tom Holland torna nelle sale cinematografiche estive anche Robin Hood, in uscita dal 12 agosto. Naturalmente, come ormai d’obbligo, il principe dei ladri non assomiglia più a quello originale: è vecchio, sfinito, disilluso, prossimo alla fine. «Robin Hood - Il prezzo del sangue», diretto da Michael Sarnoski, racconta infatti gli ultimi giorni dell'eroe di Sherwood che rubava ai ricchi per dare ai poveri, che stavolta ha il volto di Hugh Jackman, ferito a morte in battaglia e affidato alle cure di Suor Brigid, interpretata da Jodie Comer. Nel cast anche Bill Skarsgård e Murray Bartlett.

Hugh Jackman, 57 anni, si è calato nel ruolo con una protesi che lo invecchiava di dieci anni e settimane di riprese nel fango dell'Irlanda del Nord. Non è stato un set facile, racconta: «In quei giorni ero scorbutico come non lo sono stato mai». IL DUBBIO Il film smonta, pezzo per pezzo, la leggenda che tutti conosciamo. Niente arco e frecce, niente allegri compagni di bevute, nessuna Nottingham da cartolina. Solo un uomo che ha ucciso troppe volte e che, alla fine della vita, si chiede chi sia stato davvero. Il regista, che ha anche scritto la sceneggiatura, racconta di essersi ispirato a una ballata del diciassettesimo secolo che raccontava gli ultimi momenti della vita del fuorilegge di Sherwood. «Da bambino ho amato il film della Disney, poi mi sono imbattuto in questa ballata popolare, che raccontava un personaggio molto diverso, e ne sono rimasto affascinato», continua Sarnosky. Quello che Sarnoski ha voluto fare è riportare la leggenda su un piano più reale: «Quando raccontiamo il medioevo pensiamo a battaglie con cavalieri in armatura scintillante, ma per la maggior parte del tempo erano solo contadini che si massacravano a colpi di vanga nel fango», dice. «Questa intuizione ha ispirato la mia visione dell’azione nel film. Volevo ridurre il racconto all’essenziale, dargli verità». Jackman avverte, questo film è un monito: «Attento alle storie in cui credi». Le narrazioni, spiega, arrivano da ogni parte, i mezzi di comunicazione, la scuola, i genitori, la religione e spesso non coincidono. «Quella su Robin Hood potrebbe essere una menzogna costruita dallo stesso protagonista per convincere altri a seguirlo. Credo che questo film non sia tanto il racconto del fine vita di un personaggio leggendario, quanto sia una presa in esame del racconto stesso, della mitologia, della reputazione dell’eroe». L’UOMO E IL PERSONAGGIO Quello che vedono gli altri e quello che sei. Funziona per i personaggi del mito come per i personaggi pubblici, gli attori per esempio: è una sensazione strana leggere, ascoltare continuamente certe concezioni su di te, che in parte possono essere anche vere ma non sempre, mai del tutto. Però, in fondo, funziona così per tutti, anche per chi non è famoso. Tutti noi cerchiamo di proiettare una versione di noi stessi che non coincide con chi siamo veramente. È un argomento che mi affascina e che abbiamo cercato di rendere concreto in questo film». I CONTI CON IL TEMPO La vecchiaia è il cuore del racconto. Robin Hood non è più il ribelle che sfida il potere, è un uomo che fa i conti col tempo e con quello che ha lasciato dietro di sé. «È perseguitato dalla violenza che ha contribuito a creare e che ora rigetta. Incontra i nipoti dei suoi nemici, che vorrebbero vendetta, e lui vorrebbe dir loro: non ho niente contro di te, ragazzo, lascia perdere». Jackman ammette di ritrovarsi in un momento della sua carriera in qualche modo simile: «Ho girato tre film in sei mesi in cui il suo personaggio muore. Non mi è chiaro cosa voglia dire questa cosa. Non voglio morire davvero, voglio farlo nella finzione. Ha un che di catartico». COME WOLVERINE Non è la prima volta che Jackman sceglie di raccontare un personaggio amato, ma di riproporlo disfacendone l’immagine. «Logan», per esempio, nel 2017 metteva in scena un Wolverine sporco, vietato ai minori, che tutti gli sconsigliavano di interpretare. Eppure quel film fu un successo: «Lo stesso istinto mi ha portato a questo Robin Hood nichilista e crudo».