Cinque miliardi e mezzo annunciati, 18 paesi partecipanti, 76 progetti messi sotto un’unica etichetta e una promessa ambiziosa: cambiare il rapporto tra Italia e Africa con l’obiettivo anche di arginare i flussi migratori. Ma a quattro anni dall’insediamento del governo Meloni, che si appresta a diventare l’esecutivo più longevo della storia, il prossimo 4 settembre, il Piano Mattei sembra essere più un’operazione diplomatica e di brandizzazione che qualcosa in grado di produrre risultati concreti. Solo tre i progetti conclusi (tra l’altro con le risorse del Pnrr), pochi fondi ottenuti da altri paesi e più di qualche deficit per quanto riguarda la trasparenza. Doveva essere un piano «non predatorio» ma, tra ingenti finanziamenti per progetti energetici targati Eni e un’attività prevalentemente a carattere finanziario (sono pochissimi i soldi a fondo perduto rispetto ai prestiti per aziende e banche africane), il risultato è ben diverso da quello raccontato dalla propaganda di governo. «Il Piano rischia di essere soltanto un trampolino di lancio e di posizionamento per le aziende strategiche italiane nel contesto geopolitico ed economico africano», spiega Cristiano Maugeri di ActionAid.
Piano Mattei, dietro il brand pochi progetti conclusi e molte risorse ancora sulla carta
A oltre due anni dal lancio, il governo rivendica decine di progetti e miliardi mobilitati. Ma i risultati concreti restano limitati e il sistema di monitoraggio presenta ancora lacune






