Nel Rinascimento, come oggi, le religioni stavano al centro della storia. Il loro rapporto era conflittuale e sanguinoso. Il punto più profondo fu toccato nel maggio del 1453, quando Costantinopoli, capitale del millenario impero cristiano d’Oriente, cadde in mano turco-ottomana. Le notizie dei massacri tra cristiani e musulmani perpetrarti in quella città avevano scosso l’Europa. I “barbari” (così venivano chiamati i turco-ottomani a Costantinopoli) si sarebbero spinti fino a Roma? Avrebbero divorato “l’Occidente”, riducendolo a un angolo del globo? Come reagire? La violenza chiamava altra violenza. La paura soffiava nei cuori desideri di vendetta e di guerra. Al centro di questo vortice si levò la voce di Niccolò Cusano, uno dei più grandi filosofi di quell’epoca. La sua mente non fu offuscata dal timore. Lui non invocò la crociata, ma scrisse un libro, La pace della fede, in cui tentò di incantare, con la potenza del pensiero, i demoni che spronavano alle armi e allo scontro aperto. Di quest’opera singolare e visionaria, in cui Cusano mostra una via per impostare i rapporti tra le religioni del mondo in modo pacifico, guardando a ciò che accomuna e non a ciò che separa, è appena uscita una nuova edizione, per Rizzoli (nella collana dei classici BUR), curata brillantemente da Enrico Peroli, professore di Filosofia morale presso l’Università di Chieti-Pescara. Il testo è corredato da un saggio di Massimo Cacciari; si tratta di un contributo prezioso, perché in esso si delinea una corrente silenziosa ma decisiva del pensiero europeo – di un’Europa ormai quasi sommersa – che ha fatto dell’arte della pace, ossia della capacità di mediare, di connettere tra loro i diversi, di fare “patti”, la sua vocazione. Questa linea comprende, oltre a Cusano, figure come Pico della Mirandola ed Erasmo, fino a Kant (pur nelle profonde differenze tra questi autori e i loro contesti). Cusano non fu solo un grande pensatore del Rinascimento europeo; fu anche uomo di Chiesa (risale al 1448 la sua creazione a Cardinale) e prolifico predicatore. Per decenni predicò, con notevole successo, tra Germania, Austria, Paesi Bassi e Italia. A noi sono giunti quasi trecento dei suoi sermoni, un numero altissimo. L’editore Marietti li ha appena pubblicati tutti, in due splendidi volumi, per un totale di più di 3.500 pagine, nel testo originale e con la traduzione italiana a fronte. È un’impresa mai prima compiuta, che si deve della dedizione di un gruppo di giovani studiosi, dalle diverse competenze, coordinato da Enrico Peroli, autore anche di un’introduzione ricca di dottrina. Da oggi possiamo così immergerci in questo mare di pensieri e godere della loro vastità. Nei Sermoni di Cusano, che siano «colorati come l’autunno», secondo l’espressione di Kurt Flasch, o che si presentino come «piccoli capolavori teologici», il lettore incontrerà un modo di leggere il testo biblico che non rimane in superficie, ma che sprofonda fino al midollo delle parole sacre, dove si trova il succo che le rende vive, vitali e presenti. Ma troverà anche tracce dei conflitti che stavano insanguinando la storia, e testimonianze della vita di Cusano, dei suoi viaggi, delle sue frequentazioni, della sua evoluzione spirituale e filosofica. Sermone dopo sermone, si giunge all’ultima predica, pronunciata a Siena, presso l’Abbazia di Monte Oliveto, il 5 giugno del 1463. Il discorso di Cusano è in questo caso rivolto a un giovane che vuole prendere l’abito monacale. Per il suo stile e i suoi contenuti, il sermone potrebbe essere definito una ideale Lettera a un giovane monaco, paragonabile in spirito alle Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, scritte poco meno di quattrocentocinquant’anni anni dopo. Il giovane monaco di Cusano, così come il giovane poeta di Rilke, hanno un compito in comune: imparare la solitudine. Si tratta di una prova ardua, perché la solitudine quando cresce è malinconica, dolorosa, esigente. Ma chi imparerà a stare solo, apprenderà a entrare in comunione con se stesso, e con gli angeli, e inizierà a sollevarsi, e ad abitare spazi siderali, lontano dal rumore degli altri, del mondo. Da lì potrà far piovere sulla terra parole e azioni autentiche, responsabili, che sappiano prendersi cura delle domande che sorgono dagli abissi dell’esistenza, e mostrare al mondo un’alternativa alla sua superbia. Un messaggio che risuona, per usare parole di Cacciari, di «inattualissima attualità».