A Gökçeada, in Turchia, oltre le spiagge affollate di turisti s’incrociano le storie della comunità greca, dei nuovi migranti e dei turchi cacciati dalla Bulgaria
Il cielo è punteggiato di colori: decine di vele da kitesurf planano sul mare mosso trainando i surfisti sulle onde. Ogni manovra acrobatica riscuote gli applausi dei turisti sulla spiaggia. Ci sono famiglie con bambini, donne con l’hijab, ma anche in costumi da bagno più succinti. I più numerosi sono però i surfisti che si preparano a entrare in acqua. A un certo punto il cielo è attraversato da un caccia, segno della presenza nella zona delle basi militari turche a presidio dei Dardanelli.
Mahmud Mahmudi non aveva mai visto il mare prima di lasciare l’Afghanistan. Dice di avere 27 anni. Oppure trenta. Non lo sa con certezza nemmeno lui. Nato a Kandahar, è cresciuto negli anni dell’occupazione statunitense. Da bambino è rimasto orfano ed è stato affidato allo zio, che non aveva un impiego fisso. Poco dopo ha cominciato a lavorare per aiutare la famiglia. Di sera studiava e di giorno faceva il venditore ambulante: smerciava chiavette usb con musica piratata, cosmetici e cianfrusaglie cinesi. “Problemi a casa e guerra in strada”: così riassume la sua infanzia. Il suo piano era semplice: risparmiare, diplomarsi e un giorno raggiungere l’Europa, la Germania preferibilmente. Era convinto che non fosse così difficile come dicevano tutti.









