Conto alla rovescia per The Ocean Race Atlantic, la regata che salperà da New York il 1° settembre e che approderà a Lorient in Francia. In gara sei team, tra i quali quello di Francesca Clapcich by 11th Hour Racing (lo sponsor è anche Impact Partner di The Ocean Race). I suoi avversari sono il tedesco Boris Herrmann con Team Malizia, il giapponese Kojiro Shiraishi con DMG MORI Sailing Team, il francese Paul Meilhat con United by the Ocean, lo svizzero Oliver Heer con Embrace the Challenge e il neozelandese Conrad Colman con Misg Europe. Correranno con gli Imoca60, in equipaggio. Si preannuncia una regata molto veloce, con arrivo tra l'8 e il 9 settembre. Le novità Ciascun team offrirà un racconto della vita in mare mai visto prima. La copertura media include aggiornamenti in tempo reale attraverso l'appuntamento quotidiano OnBoard Live show e lo streaming da bordo di ogni imbarcazione tramite il tracker ufficiale della regata. E ancora. Durante la traversata atlantica, i team raccoglieranno dati oceanici e climatici destinati alla ricerca scientifica. Sia a New York City che a Lorient sarà inoltre attivo un ricco programma di iniziative legate al "Battesimo della vela", alla salute dell'oceano e all'educazione ambientale. Abbiamo sentito Clapcich, attualmente impegnata in un tour negli Stati Uniti, che precede la partenza. Francesca, ci sono due barche nuove, quelle di Herrmann e di Shiraishi. Si dice che le imbarcazioni di ultima generazione sono le favorite. Conferma? "Confermo. Nel momento in cui ci sono quelle condizioni un po' al limite del foiling-non foiling, queste barche nuove, con questi V-tail, i timoni che fanno quasi da elevator, sono barche assurde. Micidiali. Ma sarà anche interessante capire come si comporteranno, perché comunque comunque sono nuove, quindi a prescindere dalla tecnologia, dalla domanda se funzionerà o no, bisogna anche capire se riescono a finire la regata…". Intende dire che potrebbero essere più fragili? "Più fragili no, però più complesse sì. E i team non hanno avuto tanto tempo per testarle. Quindi a mio avviso questo sarà sicuramente un punto di domanda". All'Atlantic ci ritorneremo. Guardiamo adesso oltre, alle qualificazioni per il Vendée Globe 2028, il giro del mondo in solitaria. Non sarà una battaglia col coltello fra i denti per essere sulla linea di partenza, no? Ci sono posti disponibili, lei è tranquilla… "Lo sono soprattutto perché ho un programma di regate molto serrato e nutrito, ho già fatto la Vendéé Arctic che rientrava già nelle gare di qualificazione. Il sistema premia ancora chi inizia ad affrontare con un certo anticipo le regate in calendario. Detto questo, mentre in passato c'erano anche 60-70 progetti in lizza, per la prossima edizione sono molto meno e dunque lo stress non è massimo. Ci saranno altre nuove barche? "Sicuramente Banque Populaire con Loïs Berrehar, c'è la barca nuova di Thomas Ruyant, quelle di Justine Mettraux e Seb Simon. E poi di Yoann Richomme…". Non sono poche. "È il ciclo delle barche nuove che poi questi skipper porteranno avanti fino al 2032". Lei non ha una barca nuova. Fa differenza, dunque? "Ovviamente. Se una barca è nuova, probabilmente sono stati fatti studi approfonditi e aggiornati per cercare di aumentarne le performance. Del resto, sarebbe veramente uno spreco avere una barca nuova che meno di quelle vecchie, no? Però, in un Vendée Globe non c'è solo la barca in gioco. Bene o male devi finire la regata e magari barche che hanno già fatto tante miglia sono più affidabili, hanno meno rotture tecniche. Quindi non è solo questione di avere la barca che va veloce, la barca performa bene, per vincere. Vero, però, che nel frattempo l'affidabilità anche delle barche nuove è aumentata rispetto ad anni fa". Resta comunque un vantaggio averla nuova. "Ah, sicuro. Non penso che si possa vincere il Vendée Globe senza avere la barca nuova". Dice? "Sì, è un dato secondo me abbastanza certo. Dico abbastanza, perché di sicuro al 100% non c'è nulla, ma non penso che una barca di una generazione precedente possa vincere. Fare bene sì, piazzarsi fra i primi 5, 10 anche. Ma vincere la regata dubito sia possibile". Scusi l'improntitudine. Ma perché allora lei ha scelto di scendere in campo con una barca non nuova? "E' una questione di obiettivo. Non penso che tutti gli skipper e tutti i progetti abbiano l'obiettivo di vincere il Vendée Globe. E soprattutto non per gli skipper che non hanno esperienza, che fanno la regata per la prima volta. In questo caso, gli obiettivi sono magari di fare bene, di avere comunque una barca affidabile che ti permetta di spingere, di avere pochi problemi. Se si guarda in generale come altri skipper hanno gestito le varie campagne del Vendée Globe ad esempio…". Ad esempio? "Ad esempio, Justine Mettraux. Ha fatto il primo giro del mondo nel 2023, con una barca usata, molto buona però non nuovo. E probabilmente attraverso anche quell'esperienza ha imparato tantissimo su cosa veramente vuole in una barca. E per questo ciclo sta costruendo una barca completamente su misura per lei. Penso con l'obiettivo di cercare di vincere il Vendée". E' il suo stesso percorso? "Io parto per far bene, per fare il meglio possibile. Non solamente per l'avventura, per arrivare. Quello non fa parte del mio Dna. Però, sinceramente, quando mi sono confrontata con lo sponsor, non me la son sentita di dire di costruire una barca nuova. Non avrei saputo veramente da dove iniziare, mi sarei dovuta mettere nelle mani degli ingegneri, degli architetti, non avrei apportato niente di mio e questo non mi andava bene. La mia idea è stata invece quella di dire ‘ok, prendiamo una barca che comunque ha delle performance ancora buone, con un'affidabilità molto alta, con un team che conosce la conosce molto bene’. Ecco. Facciamo esperienza per questo primo ciclo e poi vediamo come va. E magari per il prossimo Vendée potrò aver imparato talmente tanto da poterne costruire una, perché saprò di che cosa avrò bisogno. E potrò dire: ‘Proviamo a fare qualcosa anche un po' fuori dal comune per cercare veramente di fare una performance da podio’". Lo sponsor ha concordato. "E' stata una fatta considerazione tutti insieme. Loro anche a livello di sponsor erano relativamente aperti a varie opzioni. Poi ovviamente la costruzione di una barca comporta dei costi diversi, problematiche, anche di tempo. Se avessi costruito una barca nuova, ad esempio, non avrei mai fatto in tempo a navigare quest'anno. Avrei perso esperienza, ore in mare. Insomma, le considerazioni sono tante. Alla fine abbiamo detto no a questa opzione". Finora che cosa ha fatto e che cosa deve ancora fare? "Abbiamo posato diversi mattoncini. La Race 1000, che stati messi giù un po' di mattoncini, nel senso che è stata la mia prima regata in solitario su un Imoca. Poi, la Vendée Arctic, la seconda sempre in solitario, con condizioni da Vendée Globe. Toste. Per me quella è stata veramente una regata test. Ho incontrato vento da 0 a 40 nodi, onde da 0 a 4 metri e mezzo, e per me quello è stato veramente il primo impatto con l'Imoca in solitario con delle condizioni che durante il Vendée Globe puoi trovare, non dico spesso, però insomma ti ci puoi ritrovare sicuramente. Ed è stata una bella regata, che mi ha dato bella carica di fiducia, perché mi sono resa conto che ho l'ho gestita molto bene, sempre comunque preparata a quello che mi sarebbe venuto incontro. Anche la barca ha risposto molto bene, non abbiamo avuto grossi problemi. O meglio, qualche problema tecnico risolvibile comunque a bordo. E anche questo ha contribuito a darmi fiducia. La comunicazione col team tecnico a terra, per risolvere i problemi a bordo, è un qualcosa su cui voglio lavorare tanto, perché non ho tanta esperienza". E' questo il percorso? "Sì, ogni regata, ogni allenamento devo cercare di crescere, di migliorare. E la Rotta del Rhum a fine stagione 2026, sarà un altro bel test, perché è una regata complessa e lunga. Sono dunque dei piccoli passi che per me sono importanti. Già il fatto di riuscire a regatare così tanbto nel 2026, quando altri skipper stanno ancora aspettando la barca, è importante". Così è anche The Ocean Race Atlantic? "Be', è una regata interessante perché anzitutto parte dagli Stati Uniti e lo sponsor che abbiamo è americano, quindi questa è un'opportunità per noi anche per passare quasi un mese negli Stati Uniti e fare eventi promozionali. A me, poi, personalmente piace navigare in equipaggio (a bordo Alberto Bona, Elodie-Jane Mettraux e Will Harris, con Meredith Rodgers nel ruolo di onboard reporter, nda), è qualcosa che ho sempre fatto e che ovviamente mi piace continuare a fare. Ed è una regata relativamente corta, che permette comunque di avere anche tanti dati sulla barca utili per per cercare di aumentare le performance". Farà anche alcune tappe di The'Ocean Race 2027? "Sì, ma non con la mia barca, ma con team Malizia. Il prossimo anno il mio programma è un po' più largo, soprattutto all'inizio di stagione". Secondo lei quanto c'è ancora di percentuale da aumentare sulla barca come performance? E sulla skipper? "Sicuramente avere dei foil nuovi potrebbe aumentare la performance, soprattutto a livello di cavitazione, di stabilità del volo. Stiamo facendo uno studio per capire se il miglioramento alla fine è accettabile anche a livello di costo: migliorare dello 0,2% e spendere più di mezzo milione di euro forse non ne varrebbe la pena. E poi secondo me c'è ancora tanto lavoro da fare sulle vele: ci stiamo lavorando con North Sails". Volendo indicare una percentuale? "Siamo ben oltre il 90%. E comunque ormai anche con le barche nuove i miglioramenti non sono nell'ordine del 10%, ma si parla del 2%. Poi, ovviamente, la grande differenza la fai quando in solitario riesci a spingere". Ecco, appunto, quale è la percentuale dello skipper in fatto di preparazione e performance? "Diciamo anche oltre il 90% (ride). ‘Strizzo’ la barca abbastanza per bene, però ovviamente devo ancora imparare tantissimo".