«Ero molto titubante. Sapevo che, se avesse funzionato, sarebbe diventata un’immagine da cui non avrei potuto liberarmi con tanta facilità, poi però ho anche pensato che, se non ci fosse stato un rischio da correre, sarebbe stato inutile accettare la parte». Nell’horror camp The Rocky Horror Show e poi nella sua versione cinematografica, Tim Curry interpretava l’ambiguo e stravagante Frank- N- Furter, medico in camice verde e guanti rosa capace di infondere la vita creando strani esseri che poi diventano fonte di infiniti guai. Le sue previsioni sulla presa del personaggio erano andate oltre ogni immaginazione e infatti, quando ieri la manager Marcia Hurwitz ha confermato la notizia del decesso, a 80 anni, nella casa di Toluka Lake, il primo flash apparso nella mente dei tanti che lo hanno amato è stato proprio quello, il dottor Frank N.Furter, adorabile transessuale della Transilvania, destinato a diventare mattatore nella commedia anticonformista del compositore, attore e drammaturgo Richard O’ Brien. La prima volta nei suoi panni risaliva al 1973, sullo sfondo di una Londra effervescente dove lo show fu prima un fiasco e poi un successo talmente grande da guadagnare la trasposizione sul grande schermo, nel film diretto da Jim Sharman, e soprattutto il marchio di spettacolo cult, irrinunciabile tappa di tutti quelli che volevano immergersi fino in fondo nell’atmosfera incendiaria dell’epoca. Da allora per Curry, che negli ultimi anni ha molto sofferto per le conseguenze dell’ictus che lo aveva colpito nel 2012, il dottore folle era diventato una specie di ossessione, proprio come Victor Frankenstein lo era stato per Boris Karoff e Dracula per Bela Lugosi. Eppure oltre ai balli scatenati sui ritmi del Time Warp, nel corso di una carriera durata oltre mezzo secolo e iniziata con una partecipazione nella compagnia di Hair, molto altro. Dalle performance al Royal Court Theatre e al Citizens Theatre, dove Curry recitava testi di Skakespeare, Buchner e Stoppard, alla prova nella versione newyorkese di Amadeus, dove interpretava Mozart e che nell’81 gli valse una candidatura ai Tony. Dalla messa in scena di The Pirates of Penzance al Drury Lane, un anno dopo, alle apparizioni in tanti film d’autore, basta pensare a Caccia a ottobre rosso di John McTiernan in cui era il dottor Petrov, a Legend di Ridley Scott in cui rappresentava un’entità demoniaca, a Signori, il delitto è servito, fortunatissima versione cinematografica del gioco da tavolo Cluedo. L’altra grande esplosione di popolarità arriva nel ’90, quando Tommy Lee Wallace gli affida la parte del pagliaccio nel film It, tratto dal romanzo di Stephen King in cui una banda di ragazzini fronteggia Pennywise, spaventoso clown che sintetizza le loro paure: «Voglio interpretare ruoli di ogni tipo – aveva detto Curry –. Mi piace cambiare, scegliere svolte nette rispetto a quello che ho già fatto, questo mi tiene sveglio, vivo, è la ragione per cui voglio essere attore, evitando infinite variazioni di un solo personaggio». Nato il 19 aprile del 1946 a Warrington, nella contea inglese del Cheshire, Curry era figlio di James, cappellano metodista, e di Patricia, segretaria scolastica. La morte del padre per polmonite quando Tim aveva solo 12 anni, aveva lasciato un segno nella sua esistenza: «Sono cresciuto nella Gran Bretagna del dopoguerra – raccontava –, quando era già una fortuna riuscire a mangiare». La famiglia Curry si trasferì a Bath, Tim frequentò la Kingswood School, dopo il diploma studiò letteratura inglese all’Università di Cambridge, poi arte drammatica a Birmingham. Il clamore della swinging London era alle porte, in un clima di contestazione crescente che, nel Rocky Horror Picture Show (nel cast anche Susan Sarandon e Barry Bostwick), trovò una delle sue bandiere: «Il film – rifletteva Curry – offriva agli spettatori l’occasione di calarsi in ruoli diversi e quindi comprendere meglio la propria identità e la propria sessualità». L’attore, doppiatore, cantante e compositore, aveva svelato di aver ricevuto poi tantissime lettere di persone che gli confessavano quanto il film le avesse aiutate a scoprire se stesse: «Non c’è niente di più difficile di un musical – diceva –, ma neppure un modo più diretto per raggiungere la gioia».
Tim Curry la rivoluzione in corsetto. Con il Rocky Horror insegnò la libertà
L’attore morto a 80 anni, rese il personaggio di Frank-N-Furter un simbolo di anticonformismo










