C’è un’immagine che racconta meglio di molti discorsi la contraddizione italiana sull’immigrazione. Da una parte papa Leone XIV, che insiste sulla dignità della persona e rifiuta l’idea che la risposta alla migrazione possa essere semplicemente quella di “mandare via” chi arriva. “Prima dei confini ci sono sempre le persone”, ha detto il Pontefice al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, mettendo in guardia dalla tentazione di “lavarsi le mani del problema”.
Dall’altra parte c’è il Governo italiano che continua a trasformare il soccorso in mare in un terreno di scontro politico e amministrativo. È accaduto ancora con Sea Watch: una nave impegnata nel salvataggio di persone in pericolo, per non aver cooperato con le autorità libiche durante un’operazione di soccorso, è stata sanzionata con 45 giorni di fermo e una multa di 7.500 euro.
Il punto non è stabilire che le Ong siano infallibili, né che ogni scelta operativa compiuta in mare debba essere sottratta a qualsiasi controllo. Il punto è: che cosa viene prima? La burocrazia delle frontiere o la vita delle persone?
Il diritto internazionale del mare impone obblighi di soccorso a chiunque si trovi davanti a una persona in pericolo. E proprio su questo principio si fonda l’intero sistema della ricerca e del salvataggio marittimo. Quando una nave salva esseri umani da un naufragio, il primo risultato dovrebbe essere una vita sottratta alla morte, non una pratica amministrativa aperta contro chi ha prestato soccorso.








