di Giuseppe Capotosto
Lo “spettacolo” andato in scena questa estate a Parigi con i Campionati europei di nuoto ci ha mostrato quanto la politica abbia pervaso ogni settore, finanche a determinare uno svuotamento di valori nello sport.
Tante medaglie assegnate e inni suonati, ma la presenza di un paese in guerra in competizioni continentali rende lecita una domanda, anzi inevitabile: è eticamente sostenibile far finta di nulla? Quale messaggio si trasmette alle nuove generazioni quando i principi sanciti dalle carte internazionali sembrano essere applicati con criteri variabili?
Senza andare troppo a ritroso sui precedenti storici, attenendoci a questi anni, abbiamo visto come a seguito dell’invasione dell’Ucraina, gli atleti russi possono gareggiare esclusivamente come neutrali (senza bandiera). Parallelamente, la presenza di Israele nelle competizioni sportive europee (compresi i Campionati europei di nuoto) genera frequenti manifestazioni di dissenso negli spalti e una spaccatura nell’opinione pubblica. Ci si chiede infatti come la gravità della crisi umanitaria a Gaza e le accuse internazionali non abbiano condizionato minimamente la partecipazione agli europei sotto la propria bandiera nazionale, a differenza di quanto imposto alla Russia.






