di

Sergio Donato

Un lucchetto all’alluce, una falce rivolta verso la gola e forse un oggetto di rame nella bocca. La tomba 75 di Pień racconta i rituali usati per impedire ai morti di tornare tra i vivi

Aveva tra 17 e 19 anni, proveniva probabilmente da una famiglia benestante e crebbe nella regione polacca in cui fu sepolta. Eppure qualcuno temeva che potesse tornare tra i vivi. Al suo alluce sinistro fu applicato un lucchetto e sul collo venne collocata una falce di ferro con la lama rivolta verso la gola. Un nuovo approfondito e bellissimo studio ha ricostruito l’identità della giovane della tomba 75 di Pień, soprannominata “Zosia” e “vampira di Pień”, e la logica di questa sepoltura del XVII secolo che sembra attingere a un repertorio di pratiche apotropaiche sviluppatosi nel corso dei secoli.

Che cosa sono le pratiche apotropaiche? Il termine “apotropaico” deriva dal greco e significa “che allontana”. Indica oggetti, gesti e rituali ai quali veniva attribuita la capacità di respingere il male o neutralizzare una minaccia soprannaturale. Nelle sepolture potevano servire a impedire al morto di tornare fra i vivi o di danneggiarli: lucchetti, falci, pietre, pali, decapitazioni e corpi deposti a faccia in giù. Pratiche che ovviamente non dimostrano l’esistenza dei revenant (dal francese revenir, “ritornare”: morti ritenuti capaci di tornare fra i vivi), ma documentano le paure e le credenze di chi seppellì i morti.