Quali professioni scompariranno? Quali attività verranno automatizzate? Quali competenze serviranno a lavoratori e imprese? Sono interrogativi centrali, ma non esauriscono il cambiamento prodotto da una tecnologia pervasiva come l’intelligenza artificiale. La rapidità con cui l’IA entra nel lavoro, nell’informazione, nei servizi e nella vita quotidiana può rappresentare uno shock cognitivo: rende evidente la fragilità della nostra capacità di continuare ad apprendere lungo tutto l’arco della vita. L’alfabetizzazione all’IA diventa così una questione di educazione permanente e cittadinanza.Indice degli argomenti

La lezione di Tullio De Mauro per l’alfabetizzazione all’IAIl divario educativo che precede l’intelligenza artificialeFormazione continua, il paradosso delle disuguaglianzeL’IA come competenza e strumento di formazioneEducazione permanente nei luoghi della vita e tra generazioniLa conoscenza come politica di cittadinanza nell’era dell’IALa lezione di Tullio De Mauro per l’alfabetizzazione all’IALa riflessione di Tullio De Mauro sull’educazione linguistica democratica conserva una forte attualità. Il possesso della lingua era, nella sua visione, la condizione per comprendere la realtà, continuare ad apprendere, esercitare i propri diritti e partecipare alla vita collettiva. Una democrazia si indebolisce quando una parte dei cittadini non dispone degli strumenti culturali necessari per interpretare testi, informazioni e decisioni che incidono sulla propria vita. Oggi questa esigenza riguarda anche gli ambienti digitali e i sistemi di intelligenza artificiale. Comprendere come vengono prodotte le risposte di un modello generativo, riconoscerne errori e limiti, sapere come vengono utilizzati i dati e quali interessi orientano una piattaforma sono ormai competenze essenziali. L’alfabetizzazione all’IA deve quindi mettere le persone in condizione di formulare domande, interpretare le risposte, verificare le fonti, riconoscere i rischi e capire quando una decisione richiede il giudizio umano.Il divario educativo che precede l’intelligenza artificialeL’intelligenza artificiale entra in una società già attraversata da profonde disuguaglianze. Il Rapporto annuale Istat 2026 mostra che il capitale umano e quello sociale restano distribuiti in modo molto diseguale tra territori e gruppi della popolazione. Nel 2024 possedeva un titolo di studio terziario il 31,6 per cento dei giovani italiani tra 25 e 34 anni, contro il 44,1 per cento della media europea. Nello stesso anno la spesa pubblica per l’istruzione si fermava al 4 per cento del Pil, rispetto al 4,8 per cento dell’Unione europea. Le conseguenze vanno oltre l’occupazione. Livelli di istruzione più elevati si associano a una maggiore fiducia interpersonale e istituzionale, a una partecipazione più intensa alla vita associativa e civile e a una più forte attenzione ai diritti, alla parità e al rispetto delle differenze. Il capitale educativo alimenta così anche il capitale sociale e rende la conoscenza una vera infrastruttura democratica.L’IA può ampliare sia le opportunità sia le distanze. Chi dispone di solide competenze linguistiche, logiche e digitali può usarla per approfondire, creare e accrescere la propria autonomia. Chi parte da una condizione di fragilità rischia invece di affidarsi a risposte che non sa valutare, dipendere da intermediazioni opache ed esporsi maggiormente a disinformazione e manipolazione. Il nuovo divario digitale si misura quindi nella capacità di comprendere e governare le tecnologie.Formazione continua, il paradosso delle disuguaglianzeIl XXV Rapporto Inapp sulla formazione continua fotografa un paradosso decisivo: continua a formarsi soprattutto chi possiede già più strumenti. Nel 2024 ha partecipato ad attività di istruzione o formazione il 10,4 per cento degli adulti italiani tra 25 e 64 anni, contro il 13,5 per cento della media europea. Le distanze interne sono ancora più nette: il tasso raggiunge il 22,3 per cento tra i laureati e scende al 2,9 per cento tra chi possiede soltanto titoli di base. È pari al 18,2 per cento tra i 25-34enni e al 6,8 per cento tra i 55-64enni. Tra gli occupati, partecipa alla formazione il 18 per cento delle professioni più qualificate, ma poco più del 4 per cento di artigiani, operai specializzati e professioni esecutive.La formazione tende così a riprodurre le disuguaglianze che dovrebbe ridurre. Una politica di educazione permanente deve raggiungere prima di tutto le persone meno qualificate, gli adulti più anziani, chi vive nei territori con minori opportunità, lavora nelle piccole imprese, è disoccupato o svolge un lavoro autonomo privo di strumenti strutturati di aggiornamento. La formazione continua deve diventare una politica redistributiva della conoscenza.L’IA come competenza e strumento di formazioneAlfabetizzare all’intelligenza artificiale significa sviluppare competenze che durino oltre le singole applicazioni: comprendere la natura dei dati, formulare un problema, controllare le fonti, riconoscere errori e distorsioni, proteggere le informazioni personali e valutare le conseguenze di una decisione. La qualità dell’interazione con un sistema generativo dipende da ciò che precede e segue il prompt: definire la domanda, verificare la risposta, confrontarla con altre fonti ed esercitare il giudizio.L’IA entra così negli stessi processi formativi. Nel 2024 l’aveva adottata il 9,5 per cento delle aziende italiane con almeno dieci addetti; tra queste, circa una su quattro la usava anche per personalizzare i percorsi e sostenere l’apprendimento. Può rendere la formazione più accessibile e flessibile, ma produce inclusione solo quando si integra con relazioni educative capaci di riconoscere le fragilità, costruire fiducia e collegare l’apprendimento alla vita concreta. L’intelligenza artificiale è dunque, insieme, una competenza da acquisire e uno strumento da usare responsabilmente nella formazione.Educazione permanente nei luoghi della vita e tra generazioniL’educazione permanente deve essere accessibile nei luoghi in cui le persone vivono, lavorano e costruiscono relazioni: scuole, biblioteche, imprese, centri civici, servizi pubblici e presìdi del terzo settore. L’esperienza della Fondazione Mondo Digitale mostra che la formazione è più efficace quando parte da bisogni concreti e offre contesti in cui fare domande, sperimentare e confrontarsi. Servono quindi mediatori capaci di tradurre la complessità tecnologica: docenti, formatori, facilitatori digitali, bibliotecari, educatori e volontari di competenza. Questi contesti possono favorire anche l’apprendimento intergenerazionale. La familiarità dei giovani con dispositivi e piattaforme incontra l’esperienza, la memoria e la capacità di giudizio degli adulti. In una società che invecchia, investire sulle competenze di tutte le fasce d’età significa riconoscere l’esperienza come una risorsa per l’innovazione.La conoscenza come politica di cittadinanza nell’era dell’IAL’intelligenza artificiale può diventare lo shock cognitivo che rende evidente l’urgenza di una politica nazionale dell’educazione permanente: un’infrastruttura stabile capace di collegare istruzione, lavoro, cittadinanza e partecipazione.Continuare ad apprendere oltre la scuola e l’università è indispensabile, ma questa responsabilità non può ricadere soltanto sulle persone. Imprese, pubbliche amministrazioni e organizzazioni devono accompagnare l’adozione delle tecnologie con formazione, coinvolgimento e riprogettazione dei processi. L’Istat rileva infatti che l’aumento del livello di istruzione degli occupati italiani non si è tradotto in una crescita proporzionale dell’occupazione qualificata, dell’innovazione e della produttività: le competenze producono valore solo quando trovano organizzazioni capaci di riconoscerle e utilizzarle.Una politica nazionale dovrebbe quindi garantire il diritto alla formazione lungo tutto l’arco della vita, sostenere presìdi educativi diffusi, raggiungere le persone con minori opportunità e valorizzare le competenze acquisite nei contesti formali, non formali e informali.Nell’era dell’IA, leggere, scrivere, argomentare, interpretare dati e comprendere un algoritmo appartengono allo stesso ecosistema culturale. È questa la lezione più attuale di Tullio De Mauro: l’innovazione è democratica quando gli strumenti della conoscenza sono accessibili a tutti.