Con la fine dell’estate (ma non del caldo, a quanto pare... quello durerà almeno altri vent’anni, poi smetterà di fare così caldo e farà più caldo) con la fine dell’estate, dicevo, finiscono anche le ferie; si torna a lavorare dunque, a trainare tutti assieme questo pil inamovibile. Ma ne sento parecchi in giro i quali, visto che il lavoro all’inizio è sempre poco o a rilento e il rientro è sempre traumatico, non torneranno subito in ufficio: prendono lo smart working e si tratterranno un altro po’ al mare, in montagna, in campagna, nel trullo, in una baita, ovunque siano tranne che sul posto di lavoro. Il paese riparta da questi lavoratori da remoto fra fine agosto e i primi di settembre: non si lavora mai così bene come quando si lavora in vacanza. Magari si lavora meno, ma si lavora meglio: più produttivi, più creativi, più concreti. E si riapre qui l’annoso dibattito: smart working, sì o no? Da dopo la pandemia, si sono moltiplicati gli studi sugli effetti del lavoro da remoto, non tanto sulla qualità del lavoro quanto su quella della vita dei lavoratori ai domiciliari. Gli effetti collaterali dello smart working vanno dai problemi muscolo-scheletrici causati da sedie e tavoli non adatti a un uso prolungato (come se quelli negli uffici, invece...) alla salute mentale: stress causato da isolamento sociale (eh sì, perché la gente invece mica ti urta il sistema nervoso, no, anzi, la gente si sa ha lo stesso effetto della passiflora...) e mancanza di confini fra casa e lavoro, con conseguente invasione di quest’ultimo nella tua vita privata.Finale già scritto: insonnia, esaurimento nervoso, burnout, le solite cose. Poi però ci sono anche gli effetti positivi dello smart working, e altrettanto documentati: risparmio di tempo e denaro negli spostamenti, più tempo libero, e maggiore fecondità. Secondo uno studio recente condotto su trentotto paesi, quando entrambi i partner lavorano in smart working lo stesso giorno della settimana, la natalità aumenta del quattordici per cento – a discapito della produttività immagino, altrimenti questi lavoratori sono dei fenomeni o dei pervertiti. Dicono gli analisti che se in Italia lo smart working si diffondesse come nel resto d’Europa, potremmo avere quasi tredici mila nascite in più all’anno, e nessun contraccolpo all’economia a patto di legalizzare il lavoro minorile. Insomma, incrociando i dati, si ottiene quanto segue: con lo smart working lavoratori stressati ed esauriti si accoppiano fra di loro (per disperazione, desumo) su tavoli inadatti al lavoro ma ideali per l’eiaculazione, con conseguenti dolori dovuti sia alla posizione scomoda che alle doglie. Mi chiedo se questi studi sul lavoro da remoto siano stati fatti da ricercatori in smart working – e se ora questi ricercatori aspettino un figlio: dicono tutto e il contrario di tutto. Prendiamo per esempio i minori spostamenti: da una parte causano sedentarietà (con conseguente aumento di peso e rischio infarto), dall’altra diminuiscono lo stress e hanno un minore impatto ambientale. Fa bene e fa male, allo stesso tempo. Come sempre, come tutto. Quindi? Smetterei di farmi tante domande sullo smart working in sé, piuttosto mi concentrerei su come farlo funzionare meglio e per tutti. Da casa o in ufficio non importa, basta che lavoriamo – tutti, almeno un po’.