Il record di durata dei governi italiani, che Giorgia Meloni raggiungerà il 4 settembre con 1412 giorni a Palazzo Chigi; il record di durata tra i segretari del Pd (di solito poco più che un lavoro stagionale) di Elly Schlein, che ha superato i 1261 giorni di Bersani; il record di durata, passato in secondo piano, di Giuseppe Conte, che agli inizi d’agosto ha sfondato il muro dei cinque anni di permanenza alla guida del Movimento Cinquestelle (1844 giorni). Sono segnali estremamente positivi per la solitamente vituperata politica italiana.
La stabilità è un bene in sé. Non è vero, come sempre dicono gli avversari di chi dura a lungo, che è sinonimo di immobilismo. Soprattutto per un governo, è garanzia di credibilità sui mercati e i tavoli internazionali. Nella spettacolare riduzione dello spread dei nostri titoli di Stato rispetto a quelli tedeschi, da 233 punti base il giorno in cui si è insediato il governo ai circa 80 di oggi, quasi due terzi in meno, c’entra sicuramente la sensazione di affidabilità e prevedibilità che questi quattro anni di politica italiana (e il ministro Giorgetti) hanno dato agli investitori. Non solo è un bene, dunque: è un bene prezioso. Però la durata non è tutto, e gli elettori non votano sui record.













