“Nessuno è al di sopra della portata delle nostre sanzioni”. La paria annunciata lunedì dal segretario del Tesoro Usa Scott Bessent a guardare bene non è indirizzata solo a Teheran. Del resto, l’economia iraniana era già sotto assedio ben prima che l’”Operation Economic Outcast” avesse un nome. Il rial ai minimi storici, le esportazioni di petrolio praticamente ferme per stessa ammissione della Banca centrale iraniana, un’inflazione che a luglio ha raggiunto il 66% su base annua, con i prezzi alimentari saliti del 128%. Insomma, Trump non aveva bisogno di nuove sanzioni per mettere l'economia della Repubblica Islamica in ginocchio. Un elemento che, se letto con attenzione, dice più delle intenzioni reali di Washington di quanto non faccia il pacchetto stesso. Obiettivo reale? Colpire i paesi che tengono in vita Teheran dall’esterno, comprando il petrolio e riciclando le entrate del regime.

È vero, le sanzioni secondarie sul settore petrolifero iraniano non sono di certo una novità. Ad aprile gli Stati Uniti avevano già inserito nella lista nera la raffineria Hengli Petrochemical di Dalian, insieme a una quarantina di compagnie di navigazione e a maggio altre società minori, guardandosi sempre bene dal colpire le grandi banche cinesi, il vero snodo dei pagamenti legati al petrolio iraniano. Dall'inizio del secondo mandato di Trump, nel 2025, l'amministrazione ha sanzionato in tutto oltre mille tra individui, imbarcazioni e velivoli legati all'Iran. In passato però le sanzioni da sole hanno fatto ben poco per rallentare i flussi complessivi di greggio verso Pechino. Eppure, a guardare i primi nomi finiti nella lista, le sanzioni annunciate con il “D-Day” non si discostano granché da quel copione: 60 tra società, individui e navi finiti il lista, cinque settori tra asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi e nessuna scadenza fissata per i paesi terzi che dovranno interrompere i rapporti. Un vantaggio, quest’ultimo, valido sia per i paesi in cui legami con l’Iran sono meno esposti, sia per le grandi potenze legate a doppio filo con Teheran. È proprio su questo fronte che l’amministrazione Trump ha deciso di misurarsi con potenze che sinora ha lasciato correre: Cina Russia, India Pakistan, Qatar, Turchia, Emirati Arabi. Una lista lunga, in cui figurano anche soggetti di Singapore e persino una raffineria francese, dietro la quale si legge la volontà politica di usare strumenti già esitenti, seppure non fino in fondo, contro partner vicini non solo all’Iran, ma agli stessi Stati Uniti.