Ridurre ancora le accise sul gasolio come sta facendo il governo Meloni vuol dire rischiare di buttare via soldi. Ma anche tassare gli extraprofitti dei raffinatori, come proposto dalla segretaria del Pd Elly Schlein, pur potendo essere giusto sul piano redistributivo, non servirebbe di per sé a ridurre il prezzo alla pompa. E potrebbe indebolire gli incentivi agli investimenti nella capacità di raffinazione, una delle ragioni per cui oggi i margini sono così elevati. Ormai è evidente che il taglio delle accise sul diesel non si è trasferito integralmente sui consumatori. I dati Unem consentono di scomporre il prezzo di un litro di gasolio in tre componenti: costo della materia prima, margine lordo, imposte. Dopo il taglio delle accise, una parte rilevante dello sconto fiscale è stata assorbita dall’aumento dei margini. Nella settimana successiva all’intervento, a fronte di una riduzione fiscale di 17 centesimi, il prezzo alla pompa è sceso di poco più di 5 centesimi. Nella settimana seguente il costo della materia prima è diminuito, ma il margine lordo è aumentato ancora, lasciando sostanzialmente invariato il prezzo finale. Per capire perché bisogna guardare a come si forma il prezzo dei carburanti: prezzo del greggio più margine di raffinazione più logistica e distribuzione più imposte.Il punto decisivo è che il prezzo del gasolio non dipende soltanto dal prezzo del petrolio. Il riferimento per il prodotto raffinato è il mercato Platts, che misura il prezzo all’ingrosso dei prodotti petroliferi (benzina e gasolio). Quando la capacità di raffinazione è scarsa rispetto alla domanda, il prezzo dei prodotti raffinati può crescere molto più del prezzo del greggio. La differenza tra il valore del prodotto raffinato e il costo del petrolio è il cosiddetto crack spread, una misura del margine lordo di raffinazione. Negli ultimi mesi questo differenziale è salito a livelli eccezionali. E’ quindi possibile che il petrolio o le accise scendano e che il gasolio alla pompa resti alto perché aumenta il margine di raffinazione. Di fronte a questa situazione si propone spesso una tassa sui cosiddetti extraprofitti. Ma tassare gli extraprofitti dei raffinatori non impedisce al prezzo di salire. Lo stato può prelevare una parte dei guadagni eccezionali e usare il gettito per ridurre le accise o compensare i consumatori. Ma il prezzo all’ingrosso continua a essere determinato dal mercato del prodotto raffinato. Si redistribuisce la rendita senza intervenire sul meccanismo che produce il prezzo elevato.L’Italia ha già sperimentato un’imposta di questo tipo nel 2022. Il governo Draghi introdusse un contributo straordinario sugli extraprofitti delle imprese energetiche, compresi gli operatori petroliferi. L’aliquota, inizialmente al 10 per cento, fu poi portata al 25 per cento. Il problema era misurare rapidamente l’extraprofitto. Aspettare i bilanci dell’anno successivo avrebbe significato incassare troppo tardi. Inoltre l’utile contabile può essere ridotto attraverso costi, ammortamenti, operazioni infragruppo e altre scelte di bilancio. Per questo si scelse una proxy immediatamente osservabile: l’aumento del saldo tra operazioni Iva attive e passive rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Era una soluzione rapida, ma imperfetta. Un aumento del saldo Iva non coincide necessariamente con un aumento del profitto: può derivare da variazioni dei prezzi, dei volumi o della struttura dell’attività. Per questo il contributo fu fortemente contestato e impugnato da molte imprese energetiche, anche se la Corte costituzionale non lo ha dichiarato illegittimo. Quell’imposta poteva recuperare una parte delle rendite eccezionali, ma non interveniva sul processo di formazione del prezzo. Non riduceva il prezzo su Platts né il crack spread.Per questo sarebbe più interessante uno strumento diverso: un market correction mechanism sul modello del price cap europeo sul gas del 2022. Nell’estate 2022 il prezzo del gas al Ttf superò i 300 euro per megawattora. Ma fissare semplicemente un prezzo massimo avrebbe potuto spingere le navi di Gnl verso l’Asia. L’Unione europea adottò quindi un meccanismo che sarebbe scattato se il prezzo sul Ttf avesse superato 180 euro per megawattora per tre giorni lavorativi e fosse rimasto almeno 35 euro sopra un benchmark internazionale del Gnl. Una volta attivato, non sarebbero stati accettati ordini oltre il prezzo internazionale del Gnl più quel differenziale. Non era dunque un prezzo amministrato assoluto, ma un tetto dinamico al premio europeo, pensato per impedire scostamenti eccezionali senza compromettere la capacità dell’Europa di attrarre gas.Lo stesso principio può essere applicato ora ai carburanti. Non avrebbe senso fissare per legge il prezzo della benzina o del gasolio: si rischierebbe di ridurre ulteriormente l’offerta. Si potrebbe invece introdurre un tetto dinamico al differenziale tra il prezzo del prodotto raffinato e il costo del greggio, cioè al margine di raffinazione, facendolo scattare solo quando supera persistentemente livelli eccezionali. Il prezzo continuerebbe così a muoversi con l’andamento del Brent e con il mercato internazionale, ma si limiterebbe il trasferimento alla pompa di margini straordinari.
Meglio un price cap sui carburanti che una tassa sugli extraprofitti
Tassare i guadagni dei raffinatori è un errore, è preferibile un tetto come sul gas. Spunti












