«Più sicurezza, più salute»: basterebbero queste quattro parole per spiegare che cosa non funziona nel video diffuso dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste per promuovere il consumo di pasta prodotta con grano italiano.
Scegliere grano italiano significa, secondo il video che vede come protagoniste le azzurre della pallavolo, difendere «la nostra terra», sostenere «il lavoro di chi rispetta l’ambiente», avere «più sicurezza, più salute» e aiutare le imprese italiane. Conclusione: «Con la pasta e il grano italiano vince l’Italia». Infine l’invito: «Leggi l’etichetta, fai la scelta giusta». Peccato che dentro questa manciata di secondi vengano sovrapposti concetti molto diversi e informazioni fuorvianti.
Partiamo dalla salute. Non esiste un automatismo per cui un grano diventa più sano o più sicuro perché coltivato entro i confini italiani. La sicurezza alimentare dipende dal rispetto delle norme, dai controlli, dai contaminanti, dalla conservazione e dalla gestione della materia prima. La nazionalità del chicco non è un parametro sanitario. Il consumatore europeo è tutelato attraverso limiti ai residui presenti nel prodotto, indipendentemente dal luogo in cui il grano è stato coltivato. Il dibattito sulle differenti pratiche agricole adottate nei Paesi terzi è legittimo e la stessa Commissione sta lavorando a un maggiore allineamento su alcuni pesticidi particolarmente pericolosi. Ma da questo non consegue che «grano italiano» equivalga automaticamente a «più salute». L’origine geografica non è una categoria sanitaria. Un grano italiano può rispettare perfettamente tutti i parametri di sicurezza, così come può farlo un grano canadese, francese o statunitense. E un singolo lotto, italiano o straniero, può presentare una non conformità ed essere escluso dalla filiera.









