Non ci sono segni di colluttazione sul corpo di Dino Keber, l’uomo che si tolto la vita dopo aver strangolato l’ex fidanzata Tania Terrin. Nessun graffio, nessuna ferita che possa raccontare di una reazione della vittima durante quei momenti. L’autopsia sul 43enne che il 15 agosto, a Camponogara, nel Veneziano, restituisce un elemento che dovrà ora essere letto insieme agli altri risultati dell’inchiesta.
Keber è stato trovato impiccato nella sua casa poche ore dopo la morte della 39enne. L’autopsia, eseguita dal professor Claudio Terranova dell’Università di Padova, non avrebbe rilevato sul suo corpo lesioni riconducibili a una colluttazione con la vittima. Un dato che, da solo, non consente di stabilire come siano andati gli ultimi istanti della donna, ma che contribuisce alla ricostruzione della dinamica. Per Tania, infatti, i primi esiti dell’autopsia avevano confermato lo strangolamento. L’esame ha evidenziato la rottura dell’osso ioide del collo, una lesione compatibile con una forte pressione esercitata con le mani. Sul collo e sul volto sono state inoltre rilevate alcune escoriazioni. L’ipotesi è che Keber si trovasse davanti a lei durante l’aggressione. Quello che ancora manca è la risposta alla domanda più difficile: perché Tania non ha opposto una reazione evidente?










