di Gian Luca Bauzano

A tu per tu con l’erede (non ancora designato) dell’impero del lusso Lvmh. Il patriarca Bernard, il rapporto con i fratelli. «Abbiamo un patrimonio di artigianalità, andremo avanti»

Complici e allineati. Gli sguardi di Antoine Arnault e di suo fratello Frédéric, seduto in prima fila negli spazi rarefatti del Café Louis Vuitton in via Monte Napoleone a Milano mentre il fratello parla. Foto di gruppo e ricordo con i presenti al termine della presentazione italiana della sesta edizione delle Journées Particulierès: dal 16 al 18 ottobre 46 maison del gruppo Lvmh apriranno 65 delle loro sedi distribuite in 11 paesi del mondo offrendo al pubblico gratuitamente l’accesso a luoghi normalmente non visitabili come atelier, manifatture, archivi e residenze storiche; in Italia si andrà da Fendi con il Quadrato della Concordia a Roma, noto come Colosseo Quadrato, allo storico bar Cova a Milano alla manifattura di calzature Louis Vuitton a Venezia.

«Confermo. Non è frequente che noi fratelli presenziamo assieme a eventi pubblici. Ognuno ha un ruolo ben preciso nel gruppo. Siamo però molto uniti, sia professionalmente sia come famiglia. Compatti. Strette le relazioni che ci legano, altrettanto accade con nostro padre Bernard», spiega Antoine Arnault, secondogenito del patron del gruppo e responsabile Immagine e Ambiente Lvmh. Giusto a smentire e sgonfiare, ancor prima questa esplodesse, la querelle dello scorso luglio seguita al fogliettone pubblicato da Le Monde su Bernard Arnault, il suo ruolo mondiale di super ricco, la sua partecipazione al podcast Legend di Guillame Pley dove per la prima volta si era raccontato (quasi) senza filtri e non da ultima una crisi interna alla famiglia per la successione: nessun erede è stato ancora ufficialmente designato anche se è il nome di Antoine a essere dato per certo.