di

padre Raffaele Talmelli*

La visita privata del Papa al monastero di clausura delle Agostiniane di Pennabilli, prima di recarsi al Meeting di Rimini sabato scorso *Superiore congregazione Servi del Paraclito

«Uscire fuori». La nota tautologia è certamente diventata un paradigma per i cristiani. Il Magistero della Chiesa ha sempre posto enfasi sull’invito a «essere nel mondo» senza rinunciare alla propria identità. In questa dinamica ad extra della visita di papa Leone XIV a Rimini e San Marino è avvenuto tuttavia qualcosa di apparentemente anomalo. Il Papa, fra il bagno di folla sanmarinese e quello del popolo del Meeting seguito dalla Messa al porto, ha inserito una visita privatissima ad intra, al monastero delle Agostiniane di Pennabilli. Eh sì: la Chiesa cattolica ha ancora vivente una realtà sempre in contrasto con «il mondo». Talvolta in contrasto anche con la mentalità di tanti cristiani: la clausura. Con la sua visita il Papa ci ricorda «che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile: il cuore, un cuore bruciato dall’amore […] e, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue» (S. Teresa Lisieux, Manuscrits autobiographiques, Lisieux 1957, p. 228.). Il monastero di Pennabilli, che il Papa ben conobbe quando era superiore generale dell’Ordine Agostiniano, è uno di questi cuori che pulsano in silenzio e celebrano, in modo speciale, la via pulchritudinis: la strada che porta a Dio con la bellezza. Una bellezza che le monache vivono nella liturgia ed esprimono con forza e professionalità nelle arti. Ma soprattutto con la bellezza del sorriso che brilla sul loro volto. *Superiore congregazione Servi del Paraclito