Una miniera in Australia (iStock)

Powered by

La corsa mondiale alle materie prime indispensabili alla transizione energetica non si gioca più soltanto sul possesso dei giacimenti. Il vero potere è sempre più nelle mani di chi controlla raffinazione, trasformazione e trasporto. La Cina lo ha compreso da tempo e ha costruito una posizione dominante nelle filiere dei minerali critici, creando una dipendenza che oggi rappresenta un problema strategico per Stati Uniti ed Europa. Il caso più evidente è quello del cobalto.

La Repubblica Democratica del Congo produce circa l’80% del totale mondiale, ma una quota enorme di questa ricchezza finisce sotto il controllo industriale cinese. Le imprese statali di Pechino controllano circa l’80% della produzione congolese e la Cina gestisce, a seconda delle lavorazioni considerate, tra il 60 e il 90% della raffinazione globale. Dietro questa partita commerciale se ne nasconde però una molto più delicata. Nel sottosuolo della Copperbelt congolese cobalto e uranio possono trovarsi negli stessi corpi minerari. Il legame riporta direttamente alla storia atomica del Novecento: dalla miniera di Shinkolobwe provenne l’uranio utilizzato per il Progetto Manhattan. Ottant’anni dopo, quella stessa geografia torna al centro degli equilibri mondiali, questa volta attraverso le materie prime necessarie alla rivoluzione elettrica.