Settembre torna sempre con la stessa liturgia: zaini nuovi, orari da riorganizzare, il rientro al lavoro dopo la pausa estiva. Ma per due bambini italiani su tre sotto i tre anni, quella liturgia non esiste. Non tornano da nessuna parte, perché un posto al nido non l'hanno mai avuto. L'inchiesta pubblicata oggi da La Stampa restituisce con precisione una fotografia che chi lavora in questo ambito conosce da anni, e che ora ha i numeri per dimostrarla: la copertura dei servizi 0-3 in Italia si ferma al 31,6%, sotto il 33% che la legge indica come livello essenziale delle prestazioni, lontanissima dal 45% fissato dall'Unione Europea come obiettivo per il 2030.
Non voglio ripetere le tabelle regionali, che pure raccontano un'Italia spaccata in due, con il Nord-est oltre il 39% e la Campania ferma al 15,4%. Mi interessa soffermarmi su una frase che l'inchiesta lascia cadere quasi di passaggio e che invece è il cuore del problema: il nido, in Italia, continua a essere pensato soltanto come un servizio che permette ai genitori di continuare a lavorare, anziché come il primo ruolo del sistema educativo. È una differenza che sembra lessicale e invece è ontologica. Se il nido esiste soltanto per consentire la conciliazione, allora è legittimo trattarlo come una variabile di bilancio, un costo da razionare, un bonus da elargire secondo il reddito. Se il nido esiste perché un bambino di sei mesi ha già bisogno di relazioni, di linguaggio, di un ambiente che lo riconosca come persona, allora la sua assenza non è un disservizio: è una violazione precoce del diritto a essere considerati parte della comunità.












