«Nessuna preoccupazione sulla legge elettorale: nel centrodestra nessuno ha mai preteso di pensarla allo stesso modo. Se qualcuno si augura che caschi il governo su questo rimarrà deluso», ragiona Antonio Tajani, numero uno di Forza Italia, vicepremier e ministro degli Affari esteri. E rilancia: «Quest’ultimo anno di legislatura non sarà sterile: porteremo a casa le riforme e utilizzeremo sino all’ultimo giorno». Manca un anno alla fine di questa lunghissima legislatura: quale sarà la roadmap del governo da qui alle elezioni?
«Dobbiamo utilizzare questo tempo fino all’ultimo giorno. L’Italia ha dimostrato in questi anni di essere un Paese solido, credibile, capace di affrontare passaggi complicati. Abbiamo governato la nave nel mare più tempestoso degli ultimi decenni, tra guerre e dazi. Adesso dobbiamo concentrarci ancora di più sulla crescita e sul potere d’acquisto delle famiglie. Per Forza Italia la roadmap è chiara: ridurre le tasse, soprattutto al ceto medio, aumentare il reddito reale degli italiani, sostenere le imprese che assumono e investono, favorire salari più alti a cominciare da quelli dei giovani, rendere più efficiente la sanità, affrontare il problema della casa applicando il piano ambizioso che abbiamo varato, e in particolare continuare a investire sul Mezzogiorno. Abbiamo un grande progetto per mobilitare gli oltre 1.800 miliardi di risparmio privato, che in parte e con profitto potrebbero essere investiti nelle grandi infrastrutture che servono per la crescita del Sud. L’Italia cresce se cresce il Mezzogiorno, che con il centrodestra è già cresciuto in proporzione, in questi anni, più del Centro-Nord: lo dicono i numeri dell’export e dell’occupazione. Il modello Zes ha funzionato ed è oggi un esempio per tutta l’Italia. Poi c’è una grande battaglia liberale da portare avanti, nel solco di Berlusconi e di quanto di importante è stato già fatto dai ministri Zangrillo e Casellati, contro gli eccessi della burocrazia che costano tempo, denaro e competitività. Dobbiamo attrarre più capitali, più investimenti e più talenti. L’ultimo anno della legislatura non deve essere un anno di attesa elettorale: deve essere l’anno dei risultati».Ci sarà il tempo per le riforme che Forza Italia auspica da tempo? «Certamente, se c’è la volontà politica di farle. Non considero l’ultimo anno di una legislatura un tempo sterile. Le riforme servono a lasciare al Paese qualcosa di strutturale, che vada oltre la scadenza elettorale. Penso alla giustizia e alle semplificazioni. Troppe norme si sovrappongono, troppe competenze si intrecciano tra Stato, Regioni e Comuni, troppi cittadini e imprenditori sono costretti a perdere ore per autorizzazioni, moduli e certificazioni che la Pubblica amministrazione possiede già. Il cittadino dovrebbe comunicare un dato alla pubblica amministrazione una volta per tutte: non può diventare il fattorino dello Stato tra un ufficio e l’altro. Bisogna eliminare procedure inutili, ridurre i tempi, estendere la digitalizzazione e applicare il principio one in, two out, se introduci una norma ne devi eliminare due. La burocrazia inutile non va informatizzata, va cancellata. Lo Stato deve aiutare, non complicare la vita. È una battaglia di libertà, ma anche una politica economica: meno burocrazia significa più investimenti, più produttività e più crescita».L’accordo di Dublino sui migranti rischia di diventare un problema serio per il nostro Paese, costretto ad accogliere extracomunitari? «È la sinistra ad alimentare allarmismi sui numeri dei cosiddetti dublinanti, per nascondere gli evidenti successi del governo sul fronte migratorio: la nostra linea di fermezza nel contrasto all’immigrazione irregolare e ai trafficanti di esseri umani è oggi quella prevalente in Europa. Al tempo stesso, siamo all’avanguardia nei progetti di formazione in loco nei Paesi di origine e transito dei flussi. La nostra strategia si basa in larga parte su accordi con i Paesi terzi, a differenza della Spagna a guida socialista che invece si trova con un’emergenza epocale ai confini col Marocco e ha scelto di incentivare gli arrivi con regolarizzazioni di massa. Il problema di fondo resta politico: non possiamo continuare ad avere un sistema europeo nel quale i Paesi di primo approdo sopportano una parte sproporzionata dei flussi migratori. Bisogna rafforzare Frontex e farne sempre più una vera guardia europea di frontiera, combattere le organizzazioni criminali dei trafficanti, accelerare i rimpatri di chi non ha diritto a restare, costruire altri accordi bilaterali e creare canali di immigrazione regolare per le esigenze della nostra economia. L’immigrazione si governa insieme: non si scaricano i problemi sul vicino e non si lascia solo chi è alla frontiera dell’Europa. Detto questo, in Italia saranno in pochissimi a rientrare da altri Paesi europei».Intanto sino a quando ci sarà la sospensione di Schengen? «Fino a quando sarà necessario garantire pienamente la sicurezza dei nostri cittadini e dei nostri confini. Non c’è alcuna battaglia contro la Spagna, né contro un altro Paese europeo. Abbiamo adottato misure previste dalle regole europee in situazioni eccezionali e davanti a rischi che non potevano essere sottovalutati. Quando verranno meno le condizioni che hanno reso necessari i controlli, si potrà naturalmente tornare alla normalità. La libera circolazione è una grande conquista europea e noi vogliamo difenderla. Ma proprio per difenderla bisogna evitare che decisioni unilaterali di un singolo Stato producano conseguenze sui partner. L’Europa funziona se a libertà corrisponde responsabilità».In questo momento il conflitto Usa-Iran continua con scenari futuri preoccupanti per le tasche degli italiani. Cosa prevede? Quali soluzioni ci possono essere? «Ogni guerra ha un costo umano enorme, ma una guerra che si prolunga nel Golfo rischia di presentare il conto anche nelle bollette dei cittadini e delle imprese italiane ed europee. Tutto ciò che riguarda lo stretto di Hormuz, le rotte commerciali e l’approvvigionamento energetico ha un impatto su di noi. Dobbiamo evitare che l’instabilità internazionale si traduca in un aumento incontrollato dei costi dell’energia e in una perdita di competitività. Per questo dobbiamo lavorare su due fronti. Il primo è diplomatico, contro ulteriori escalation, a favore del dialogo e per costruire una soluzione politica. L’Italia è parte attiva in questo sforzo, ospitando a Roma i colloqui tra Libano e Israele. Il secondo è economico e energetico: diversificare sempre di più le fonti di approvvigionamento, aumentare la concorrenza, rafforzare le infrastrutture e avere una politica europea dell’energia più forte. Per questo la diplomazia è tutela concreta dell’interesse nazionale».Appena tornati in Aula dopo la pausa estiva ci sarà da votare la nuova legge elettorale su cui insistono le divisioni nella maggioranza di governo, a cominciare dalle preferenze. Non si rischia di rompere l’unità del centrodestra?«No. Il centrodestra è una coalizione, non abbiamo mai preteso di pensarla allo stesso modo su ogni singola questione. Ciò che conta è la capacità di trovare una sintesi, e in questi lunghi anni l’abbiamo sempre dimostrata sulle scelte fondamentali di governo. Sulla legge elettorale Forza Italia parte dal bisogno di dare al Paese la stabilità necessaria. Non vedo alcun rischio per la coalizione. Non trasformerei un confronto sullo strumento elettorale in uno scontro politico che non esiste. Se qualcuno si augura che sulla legge elettorale caschi il governo, credo che sarà deluso».Non teme che il movimento Vannacci possa drenare troppi consensi nel centrodestra alle politiche? «Non temo nessuno. La democrazia è competizione e saranno gli italiani a scegliere. Noi dobbiamo occuparci di rendere Forza Italia sempre più forte, non di inseguire questo o quell’aspirante leader. Abbiamo una nostra identità liberale, cristiana, popolare, europeista, garantista, riformista, atlantista. Vogliamo rappresentare il grande spazio moderato che esiste nel Paese ed è fondamentale anche per allargare il consenso del centrodestra. Il nostro obiettivo è crescere ancora. Io continuo a pensare che Forza Italia possa superare agevolmente le due cifre. Noi parliamo a imprenditori, professionisti, lavoratori, partite Iva, funzionari, militari, forze dell’ordine. A giovani, famiglie, ceto medio, a chi vuole meno tasse e meno Stato dove lo Stato non serve, e uno Stato più forte e efficiente dove è necessario. Più è forte Forza Italia, più è forte, equilibrato e credibile tutto il centrodestra».Si apre il congresso regionale il 9 settembre. Fulvio Martusciello sarà il candidato unico? «Non so se sarà candidato unico, questo lo decideranno gli iscritti. So però quali risultati Martusciello ha portato al partito. Alle politiche del 2022, alle europee del 2024 e ancora nel 2025 Forza Italia in Campania è sempre andata sopra il 10 per cento, arrivando anche all’11 per cento, senza avere il vantaggio di governare la Regione, né i principali Comuni. In politica i risultati contano e Martusciello li ha sempre portati. Toccherà ai nostri iscritti valutare il suo lavoro. Io credo fortemente in un movimento politico nel quale la classe dirigente venga scelta dalla base, non imposta dall’alto. I congressi rappresentano un momento fondamentale della vita del partito: è lì che si discutono i contenuti, lì si decide la linea politica sul territorio e i militanti e gli iscritti scelgono chi deve rappresentarli. Non sui giornali. Forza Italia deve essere un partito aperto, contendibile, nel quale chi lavora e ottiene risultati possa essere giudicato dalla propria comunità politica».Sarà un nome civico l’opzione che Forza Italia metterà sul tavolo del centrodestra contro Manfredi? «A Napoli un candidato civico avrebbe maggiori possibilità di vincere: può parlare agli elettori tradizionali del centrodestra, ma anche a mondi della società civile, delle professioni, dell’impresa e dell’associazionismo che non si riconoscono direttamente nei partiti. Lo avevamo proposto per le regionali e lo diciamo a maggior ragione per le comunali di Napoli. Con Martusciello abbiamo individuato tre profili che riteniamo autorevoli e competitivi e che proporremo agli alleati. Naturalmente non vogliamo imporre nulla a nessuno: il candidato dovrà essere scelto insieme da tutto il centrodestra. Partiamo da una domanda: chi ha maggiori possibilità di allargare il campo e vincere? Questo viene prima delle appartenenze. A Napoli serve una proposta capace di parlare a tutta la città. Non ci interessa rivendicare una candidatura per mettere una bandierina di partito, ma costruire l’alternativa più forte possibile a Manfredi. Noi a Napoli ci teniamo: ricordo l’amore di Berlusconi per la canzone napoletana e come la interpretava, con passione. Diceva di essere un napoletano nato a Milano...».







