C’è un solo indicatore, fra quelli con cui l’Istat misura la digitalizzazione delle imprese italiane, in cui il divario fra grandi e piccole si allarga invece di restringersi: l’intelligenza artificiale. Sul cloud, sull’analisi dei dati, sui gestionali, le distanze dimensionali si stanno chiudendo anno dopo anno. Sull’AI si spalancano: da circa venti punti nel 2023 a venticinque l’anno dopo, fino a oltre trentasette oggi. La tecnologia raccontata come la più democratica della storia, quella che si usa scrivendo una frase, è per ora l’unica voce in controtendenza dell’intero listino.
I numeri della rilevazione Imprese e Ict, pubblicata dall’Istat a dicembre, descrivono un’accelerazione a due velocità. L’adozione complessiva è raddoppiata in un anno, dall’8,2 al 16,4 per cento delle imprese con almeno dieci addetti; era al 5 nel 2023. Ma le grandi sono passate dal 32,5 al 53,1 per cento, oltre la metà del totale, mentre le piccole e medie si fermano al 15,7: trentasette punti e mezzo di distanza. La media europea, dice Eurostat, sfiora ormai un quinto delle imprese: l’Italia insegue anche lì. E dentro quel 15,7 si nasconde il dato più istruttivo di tutti: un terzo degli utilizzatori dichiarati, il 33,4 per cento, non indica una funzione aziendale per l’intelligenza artificiale che afferma di usare, e in oltre otto casi su dieci si tratta di piccole imprese. Adozione da esperimento, non da processo: qualche abbonamento, molta curiosità, nessuna riorganizzazione. Interrogati sugli ostacoli, i non utilizzatori rispondono in quest’ordine: competenze che mancano (58,6 per cento), incertezza normativa (47,3), dati insufficienti o di scarsa qualità (45,2).







