La confessione di Valterino ha costretto gli inquirenti a rileggere l'inchiesta sull'attentato al conduttore

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La confessione di Valter Lavitola ha costretto in questi giorni gli inquirenti a rileggere da capo l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Il pm Edoardo De Santis, titolare del fascicolo, è tornato dalle ferie e si è subito messo al lavoro a piazzale Clodio. Il brusco cambio di passo è stato dovuto non soltanto per il ruolo ammesso dal faccendiere, ma per ciò che è accaduto prima del suo arresto. Per mesi la Procura di Roma aveva infatti battuto strade diverse: la camorra, gli ambienti criminali albanesi, gli ultrà del calcio, un presunto traffico di armi, fino alla cosiddetta "camorra veneta". E ancora: il narcotraffico messicano legato al cartello di Sinaloa e perfino una possibile pista riconducibile ai servizi segreti su input del governo.

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Poi è arrivata la confessione (parziale) di Lavitola e il quadro investigativo ha preso un’altra direzione, mandando in soffitta le piste inizialmente seguite dal pm Carlo Villani, ora procuratore di Velletri, che per primo aveva seguito il caso. Dopo l’esplosione del 16 ottobre scorso, l’attenzione si era subito concentrata sull’attività giornalistica di Ranucci e sulle inchieste di Report. A novembre una lettera anonima, recapitata a Villani, aveva collegato l’attentato agli ambienti della camorra e a un presunto traffico di armi emerso da un’inchiesta della trasmissione sui Cantieri Navali Vittoria di Adria. La Procura aveva così sentito come persone informate dei fatti l’ex amministratore delegato della società Francescomaria Tuccillo e il giornalista Daniele Autieri.