Per molti proprietari il primo segnale è quasi impercettibile. Un gatto che ha sempre saputo dove trovare la ciotola inizia a fermarsi davanti al muro. Rimane immobile in un angolo della stanza come se avesse perso il senso dell'orientamento. Di notte miagola insistentemente, senza una ragione apparente. Oppure guarda il volto della persona con cui ha vissuto per quindici anni con un'espressione che sembra diversa, quasi assente. La reazione è quasi sempre la stessa: «Sta invecchiando». Ed è vero, ma solo in parte.
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Per anni molti di questi comportamenti sono stati considerati una conseguenza inevitabile dell'età. Oggi, invece, sappiamo che in alcuni casi rappresentano i sintomi di una vera e propria disfunzione cognitiva felina, una malattia neurodegenerativa che condivide diversi aspetti con le demenze dell'essere umano, pur non essendone una copia perfetta. È una delle conseguenze meno conosciute del grande successo della medicina veterinaria moderna. Per la prima volta nella storia sempre più gatti raggiungono i quindici, diciotto o addirittura vent'anni di età. Ma vivere più a lungo significa anche arrivare a sviluppare malattie che un tempo semplicemente non avevano il tempo di comparire.






