Lasciata la Toscana, il viaggio di Paolo Monelli (il giornalista di cui riprendiamo a narrare l’opera con questa quarta e ultima puntata, ndr.) continua, goloso e curioso, passando per Montefiascone, nella Tuscia viterbese, laddove «la cupola della chiesa sul monte pare proprio un fiasco capovolto», tanto per non smentirsi sullo stile metaforico.
L’itinerario di Paolo Monelli attraverso la Roma popolare
Qua avviene l’incontro con l’anguilla del lago di Bolsena: «Ci sgusciò per la gola come avvezza a fuggire negli antri più cupi dagli ami dei pescatori». Nella vicina Sutri altro incontro che fa presagire le atmosfere romane: «Ci imbattemmo in una mandria fiumosa di pecore. Un uomo a cavallo galleggiante sulla fiumana, migrazioni di un intero popolo per gli innumerevoli abbacchi romani».
Arrivati nella Città eterna, un ammonimento: «Se vi sia città in cui è fuor di luogo mangiare in un albergo di lusso o una trattoria pretenziosa questa è Roma. Qui la cucina è saporitissima, aggressiva, policroma, rusticana». Un affresco che la descrive in diretta, dai colori decisi. «Qui non si deve mangiare che dove va il popolo e», udite udite, «se un’osteria vien di moda, è conveniente cercarne una più oscura. Roma, capitale della civiltà moderna, ha la cucina più plebea del mondo».






