Sono ancora ai vertici della politica americana, ma non votano più da italiani. Dai Cuomo a DeSantis, il paradosso dell’assimilazione italoamericana

L’ultimo segnale è stato il tentativo di cancellazione di Little Italy dalla mappa dei quartieri etnici di New York per volontà del nuovo sindaco Mamdani. Prima ancora c’erano state le statue di Cristoforo Colombo buttate giù una dopo l’altra dal Nord al Sud degli Stati Uniti, insieme a quella di Frank Rizzo, discendente di immigrati calabresi, che fu l’uomo più potente di Filadelfia negli anni Settanta. E infine le linee tricolori rimosse (e poi ripristinate) dopo 90 anni su una strada del pittoresco quartiere degli italoamericani a Newton, alle porte di Boston. Colpi finali a un’ identità politica e sociale – quella dell’America italiana – che dopo aver conquistato alcune delle più importanti istituzioni d’America nel secondo Novecento sembra essersi dissolta fino a diventare storia o, nel peggiore dei casi, folklore.

Chi sono gli italoamericani ai vertici delle istituzioni Usa

Secondo l’ultimo American Community Survey del Census, 16,3 milioni di americani dichiarano di avere origini italiane, quasi uno su ventuno. Di questi però appena mezzo milione parla italiano in casa. Guardando la geografia di nomi al vertice delle istituzioni americane, non mancano politici che rivendicano origini italiche: la Camera – dopo Nancy Pelosi e Kevin McCarthy – continua la sua tradizione italoamericana, rappresentata sia dallo speaker Mike Johnson, sia dall’attuale leader di maggioranza Steve Scalise: entrambi di origini siciliane.