A volte la vita sceglie percorsi davvero inaspettati per mostrarci cosa possiamo diventare. Ad esempio, una delusione scolastica nascosta a una famiglia permissiva ma esigente, una partenza d’impulso (e di nascosto) per una sconosciuta località di mare sulle tracce di una ragazza incontrata alla festa finale del liceo, che non ha idea dei tuoi sentimenti, e un bagaglio fatto solo di un paio di magliette, oltre che di ribellione, ambizioni confuse, speranze e casualità da affrontare senza alcuna esperienza per farlo.È da una estate così che è nato il mito di Anthony Bourdain, uno degli chef che per primo, negli anni ’80, ha spiegato al mondo il potere sociale dell’arte della cucina, per poi trasformarsi in scrittore, conduttore e documentarista tv, divenendo una guida per varie generazioni, che hanno visto in lui la capacità di descrivere come pochi l’umanità e l’inquietudine, usando la cucina e il cibo come occasione per ritratti originali e insieme universali.Ed è universale anche la “lezione” di cinema che su quel passaggio chiave della vita di Bourdain regala “Tony – Diario di un giovane cuoco”, il (bel) film del canadese Matt Johnson (autore tra gli altri di “BlackBerry”), in uscita il 27 agosto per I Wonder prodotto da A24, con Dominique Sessa nel ruolo del giovane Bourdain e uno strepitoso Antonio Banderas in quello del suo mentore Chef.Il film, tratto da alcuni capitoli della autobiografia best seller di Bourdain “Kitchen Confidential. Avventure gastronomiche a New York” (Feltrinelli), non propone il tradizionale racconto biografico del personaggio che tutti conoscono, spentosi per suicidio nel 2018 a quasi 62 anni, dopo una vita intensissima e due matrimoni, il primo dei quali proprio con la ragazza che aveva ispirato la sua fuga. Si concentra invece sull’estate che ha cambiato la sua vita: in procinto di andare al college, ma scottato da una mancata ammissione che in famiglia sarebbe stata vista come una sconfitta per lui insopportabile, l’allora 19enne Tony decide di scappare e andare alla confusa ricerca di una ragazza conosciuta di sfuggita. È il 1975. Il ragazzo newyorkese si ritrova nella folkloristica località marina di Provincetown, nel Massachusetts, «l’ultimo lembo di terra ancora chiamato America prima dell’Oceano». È lì che dopo solo pochi giorni, rimasto senza un soldo, quando si prepara a una mesta ritirata viene “adottato” da una sorta di comunità che ruota attorno a uno scalcinato ristorante di pesce, gestito da una figura carismatica, taciturna, severa e carica di umanità, interpretata da Banderas. E in quei giorni d’estate il giovane newyorkese ribelle figlio di famiglia, alla ricerca della propria identità, svegliato ogni mattina da Chef con una secchiata di acqua di mare gelida sull’amaca dove trascorre le sue notti, scopre per la prima volta le possibilità inebrianti del cibo, del lavoro, dell’amicizia, dell’amore, della ribellione e della reinvenzione di sé. «È una storia di formazione su qualcuno che tutti pensiamo di conoscere», racconta Johnson, «ma di cui nessuno sapeva che tutto parte da qui. L’idea è stata raccontare questa estate formativa della giovinezza di Anthony Bourdain per spiegare come sono nati i miti che la gente conosce su di lui. Questa storia parla del lato privato che ha portato a quella vita così pubblica».Proprio per questo, il film diventa un racconto di formazione che va oltre la figura di Bourdain per ritrarre in definitiva un passaggio di vita in cui tanti giovani possono riconoscersi. «È la cosa che mi ha attratto di questa storia », spiega Sessa, applaudito in “The Holdovers: «Le toglie la patina al tempo: è accaduta 50 anni fa, ma racconta cose che accadono a molti di noi».In quell’estate, e nel film, Tony attraversa relazioni che iniziano a plasmare la sua visione del mondo: non solo la sua famiglia, lontana ma presente in un angolo della sua mente, ma anche la brigata di cucina, gli intrecci sentimentali, i mentori e gli amici che lo sfidano, lo seducono, lo sostengono o lo respingono in vari modi. Il principale è appunto Chef, Antonio Banderas, che prende il giovane Bourdain sotto la sua ala e lo convincerà a studiare cucina. «Il rapporto tra Tony e Chef segna il passaggio da un padre permissivo a un altro che pretende qualcosa da te», dice Johnson.Anche Banderas è stato attratto dalla schiettezza emotiva del rapporto: «Ciò che ho amato di Chef è il fatto che riconosce qualcosa in Tony prima ancora che sia Tony a capirlo. Vede il suo potenziale, ma capisce anche che il talento senza la disciplina non significa nulla». Johnson ha voluto Banderas per una ragione: «Ha apportato una genuina passione personale per il cibo e la cultura della ristorazione. Lui possiede otto ristoranti e ama la cucina. Sa come eviscerare, sfilettare e squamare un pesce. E sa preparare la paella».«Mi sono calato in un uomo che comprende la serietà del lavoro manuale e del mestiere: una persona a cui non interessano le fantasie. È immerso nel lavoro, nella precisione, nel rigore, e Tony ha bisogno della guida e che non assecondi i suoi comportamenti sconsiderati», racconta l’attore. All’estremo opposto c’è il collega di Tony, Sal, interpretato da Leo Woodall: «Incarna la tentazione – spiega Johnson – la sregolatezza, la libertà e l'appetito. È come se dicesse a Tony: sperimentiamo tutto, diamo sfogo alla follia».E poi c’è Nancy, una ragazza conosciuta al liceo, interpretata da Emilia Jones, che diventerà sua moglie e lo sarà per 25 anni. Quando arriva a Provincetown, Tony la cerca per poi riempirla di bugie sul romanzo che sta scrivendo, la vita che conduce, e persino sullo scalcinato ristorante di pesce in cui lava i piatti. Ma, proprio come capita a volte da ragazzi, lei dimostra la capacità di vedere oltre le insicurezze di quel ragazzo, di scorgerne il talento e le potenzialità: «Sono le due persone più intelligenti della stanza che si stuzzicano a vicenda», dice Jones del suo personaggio e del rapporto con Tony. «Quando sono insieme, l’atmosfera si fa quasi elettrica. Lei non è lì solo per rassicurare Tony: lo sfida. Perché riconosce che sta cercando con tutte le forze di diventare qualcosa».“Tony – Diario di un giovane cuoco” ha un ultimo elemento chiave, che ne diventa quasi un protagonista: la cura con la quale il film riproduce l’epoca, i sapori, i colori, le atmosfere in cui è girato. Per scriverlo, il regista e gli sceneggiatori Matthew Miller, Todd Bartels e Lou Howe sono andati a vivere per un periodo proprio a Provincetown, a cercare testimoni e luoghi. Le riprese sono state realizzate con obiettivi che aggiungessero un sapore vintage alle immagini. «Ma a fare la differenza è la verità della storia e il rispetto per quella umanità», conclude Sessa: «Johnson mi ha fatto sentire davvero come il giovane Bourdain. E scoprire come la casualità e le difficoltà possano aiutarci a diventare adulti è stata per me una rivelazione». «Abbiamo voluto che il film infondesse speranza», aggiunge a sua volta Matt Johnson: «Senza indugiare sui motivi latenti che tanti anni dopo avrebbero portato Bourdain a scegliere il suicidio. Lui è stato un esempio raro di talento, energia positiva e socialità. Sbocciato proprio in quella estate lontana».
Anthony Bourdain: l’estate dello chef rockstar
È stato un mito della cucina e autore bestseller. Matt Johnson ne racconta il talento irrequieto prima della fama. Con Banderas nel ruolo del carismatico mentor








