La critica di Emanuele Severino al cristianesimo si fonda su una lettura della creazione come provenienza dal nulla. Ma la teologia di Pierangelo Sequeri propone un’altra prospettiva: il nulla non come negazione dell’essere, bensì come spazio della relazione, della libertà e della generazione. Una risposta al nichilismo che passa per il Vangelo e il dogma di Nicea. L’opinione di Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia
Emanuele Severino è stato, per la cultura italiana del Novecento, una voce profetica e scomoda. La sua critica radicale all’Occidente — malato di una “follia” originaria, quella di credere che l’essere possa venire dal nulla e al nulla ritornare — ha scosso le coscienze di filosofi e teologi, di credenti e non credenti. Severino ha avuto il merito di smascherare il nichilismo che pervaderebbe l’intera tradizione occidentale, dalla metafisica greca al cristianesimo, dalla scienza moderna alla tecnica contemporanea.
Per Severino, il cristianesimo sarebbe la forma più compiuta di questa follia. La sua dottrina della creazione ex nihilo — secondo cui Dio avrebbe tratto il mondo dal nulla — e la sua concezione dell’uomo come “polvere” destinata a ritornare nella polvere è per lui l’espressione più radicale di quella persuasione alienante che riduce l’essere a caducità, la vita a morte, il senso ad assenza di senso.






