«Vi aspettavate Gino Castaldo, con Ema Stokholma, e invece hanno scelto una persona con un bel po’ di “r” per metterla in difficoltà!» dice Aurora Leone, che quest’anno fa da spalla alla ormai storica conduttrice della Notte della Taranta. Il richiamo è alle interviste sanremesi di quest’anno, rilanciate in una serie di gag dal Gialappa Show. Si apre con un richiamo a Sanremo questa edizione che porta il concerto di Malpignano per la prima volta in Eurovisione. Poi il fantasma del Festival di Sanremo aleggia su tutta la serata: tre ore di canzoni presentate con professionalità degna del palco dell’Ariston, tre ore di musica popolare, di artisti, di coreografie e scenografie. E anche se di fronte al palco, a fianco della facciata barocca della chiesa del Convento degli Agostiniani, non c’è un pubblico ingessato ma una folla festante e danzante, alla fine la sensazione è sicura: dove ieri c’era un Concertone oggi c’è uno spettacolo televisivo.Che la musica sia cambiata è chiaro fin dall’inizio: con l’Inno di Mameli interpretato dall’Orchestra della notte della Taranta. Un omaggio all’Italia che arriva da una kermesse dichiaratamente inclusiva e multiculturale, e che suona come un buffetto alla narrazione nazionalistica che prende sempre più piede nelle stanze del potere: perché questa serata - il più grande festival d’Italia per numeri di pubblico e di artisti, giunto alla ventinovesima edizione - nasce dal riconoscimento della testardaggine di una piccola comunità che si è rifiutata di farsi omologare. E che è rimasta grica nel Salento grecoromano, bizantino, borbonico, italiano. Una comunità - lo hanno dimostrato studi storici e letterari, con la raccolta “Canti d’amore e di pianto dell’antico Salento” curata da Brizio Montinaro per Maria Corti - arrivata dal mare nel Quarto secolo avanti Cristo e che, arroccata nei paesi dell’entroterra rimasti greci fin dal nome (Calimera, Sternatìa…) è rimasta legata a lingua e tradizioni mentre intorno a lei tutto cambiava: il potere (dalla Magna Grecia ai romani, poi bizantini, normanni, arabi, spagnoli) e la lingua (latino, poi il greco “moderno” dei monaci basiliani, il volgare, il francese, lo spagnolo, l’italiano). A tenere unita la comunità c’erano la lingua, la musica e un rito collettivo - la “pizzica tarantata” - che per millenni ha dato sfogo a un male di vivere che oggi si manifesta in altri modi.Si sente ancora questo nocciolo duro in fondo, ma proprio in fondo, al concerto che dopo la prova generale di ieri attirerà stasera, sabato 22 agosto, almeno duecentomila persone. Poca musica grica e molte canzoni popolari, i beniamini del pubblico televisivo (Levante, Sayf, Alessandra Amoroso dal travolgente entusiasmo) che faticano per reggere al confronto con le voci della canzone popolare: Enza Pagliara, Uccio Aloisi e gli altri pilastri del Concertone, ma quest’anno anche il ritorno di Maria Mazzotta, fenomenale voce storica del canzoniere Grecanico Salentino. E Welo, beniamino locale che mischia pizzica e rap.Coreografie innovative di Fredy Franzutti, scenografie di Lorenzo Marini con un susseguirsi di vasi messapici, esplosioni floreali, labirinti claeidoscopici che rimandano a Escher, senza dimenticare un invito simbolico alla resilienza dopo la Xylella. Nelle canzoni scenlte da Erlam Meta, maestro concertatore di questa edizione, molti omaggi al lavoro delle donne (“La tabaccara”), fino all’allegro inno pieno di doppi sensi che univa donne sposate e non in un’esplosione di allegria contro il dominio maschile («Ci vorrebbe ‘na zitella per goder la gioventù»).Sayf sceglie un canto che nasconde dietro a un invito alla festa un richiamo all’azione (“Menamenamò, se voi venì chista è l’ora che ’n’immu a scì»: datti una mossa, è ora di andare). Meta si taglia un ruolo da deus ex machina: polistrumentista, cantante, e da soolo sul palco invita alla mix culturale cantando in albanese “Luli Luli”, che aveva presentato anche l’anno scorso nell’edizione “klezmer” guidata dal neworkese David Krakauer E alla voce di Charlie Chaplin che l’anno scorso scandiva il discorso finale pacifista del “Grande dittatore” risponde, quest’anno, Pietro Calamandrei con un brano del suo accorato “Discorso sulla Costituzione”.Alla portoghese Gisela João, unica ospite straniera di questa edizione, il compito di mostrare l’anima malinconica che lega il fado alle le ballate più meditative della tradizione salentina (“Bella ci dormi” affidata a Levante, euna versione troppo gridata de “Lu rusciu de lu mari”). Di tanto in tanto, e sempre più nel finale, esplode il ritmo della pizzica, tormentato e giocoso, ipnotico e salutare, che lega in piazza i giovani salentini e i loro coetanei arrivati dall’Italia e dal mondo.Il fantasma di Sanremo incombe ma tante volte abbiamo sentito gridare, inutilmente, alla “fine della pizzica” («Popolo di Melpignano, non vendere la tua eredità per un piazzo di lenticchie», tuonava Giovanni Lindo Ferretti nel 2004, l’anno dopo la travolgente “Taranta rock” di Stuart Copeland). Dopo l’assolo di Amoroso gran parte del pubblico se ne va ma la spianata di erba secca di Melpignano è ancora l’unico posto al mondo dove tre nipoti trascinano nella danza unnonno incanutito che balla anche meglio di loro, e un ragazzo down batte perfettamente a tempo il suo tamburello insieme a quello di Aloisi. Tra le coccarde che decorano i tamburelli sul palco, in mezzo al tricolore italiano spuntano nastri neri: un omaggio alla bandiera della Palestina fatto in silenzio - Meta non canta la dolente ballata per la bambina uccisa a Gaza che ha presentato sul palco di Sanremo - perché siamo in Eurovisione, e di “politica” non si può parlare.