AZZANO DECIMO (PORDENONE) - Stava ferma vicino a un gruppetto di colombi del posto, come per cercare aiuto. Bastava guardarla un momento per capire che di volare non ne era più capace. È cominciata così, circa un mese fa nel rifugio La Cuccia di Azzano Decimo, la storia di Bianca. A raccontarla, dopo averla vissuta in prima persona, è Alessandra Marchi, avvocato e consigliera comunale delegata al benessere animale del Comune di Pordenone, volontaria alla Cuccia da moltissimi anni. «Spesso accade di imbatterci in animali in difficoltà diversi da cani e gatti - spiega -. Era impossibile non notarla. Si capiva da subito che aveva limitate capacità di volo».

IL RECUPERO La conferma è arrivata poco dopo, sotto forma di un fortunale che l’ha trascinata via fino a relegarla in un angolo impervio, difficile da raggiungere. A recuperarla è stata Nadia Gasparotto, del rifugio, con quella che Marchi definisce una tenacia ormai nota. «Era tutta bagnata e visibilmente stremata», ricorda. Messa al sicuro in un trasportino e asciugata, la colomba è stata tenuta in osservazione per capire quale fosse la soluzione migliore per lei. I giorni successivi sono stati quelli della ripresa. «Nadia ed io eravamo incantate nel vedere che pian piano stava riprendendo la sua forma e la sua coda a ventaglio», racconta la consigliera. «Tubava, questo è il nome del suo verso, e ci guardava tra una beccata e l’altra del cibo e dell’acqua che le avevamo messo a disposizione. Girava la testina verso di noi osservandoci a sua volta». Poi è iniziata la ricerca di un posto sicuro e la soluzione è stata quella che Marchi descrive come «una sorta di casa famiglia per questi volatili», dove Bianca vive libera ma protetta, interagisce con le persone e sta con altri uccelli con storie simili alla sua. LA PRATICA Ma da dov’è che arrivava la colombina? «È una delle tante colombe allevate per essere liberate durante matrimoni e cerimonie - spiega Marchi - trasformate per pochi minuti in simboli romantici per gli umani e poi abbandonate a un destino spesso drammatico. Muoiono perché incapaci di sopravvivere, non sapendo procurarsi il cibo, e spesso vengono facilmente predate da altri animali». Da qui la denuncia, che Marchi porta avanti nella doppia veste di legale e di animalista. «Come avvocato e amante degli animali non posso esimermi dal denunciare questo utilizzo, purtroppo ancora frequente, che coinvolge anche farfalle e finanche pesci rossi messi sui tavoli degli invitati in anguste sfere di vetro al posto di un centrotavola fiorito».E ancora: «Gli animali non sono oggetti e tantomeno scenografie o strumenti di intrattenimento e decoro. Se è vero che a un matrimonio si celebra l’amore, come associare a questo momento la sofferenza e il maltrattamento di esseri viventi utilizzati come intrattenimento?». La consigliera ricorda infine che il maltrattamento è un reato: l’articolo 544-ter del Codice Penale prevede la reclusione da sei mesi a due anni e multe fino a 30mila euro, e nei casi più gravi, quando dal maltrattamento deriva la morte dell’animale, può configurarsi anche il reato di uccisione previsto dall’articolo 544-bis. E dal luglio dell’anno scorso, l’uccidione comporta la reclusione da sei mesi a tre anni, da uno a quattro se il fatto è commesso adoperando sevizie o prolungando volutamente le sofferenze: è la stessa riforma che ha riconosciuto per la prima volta agli animali, nel nostro ordinamento, la qualità di esseri senzienti. È quindi bene tener presente che dove non arriva l’etica, arriva il Codice Penale.