“Avvisa Gomes che avvisa quell’altro”. È una frase pronunciata all’alba del 30 giugno a far capire ai carabinieri di Roma che gli esecutori materiali dell’attentato a Sigfrido Ranucci potrebbero sapere che la persona che aveva loro commissionato il delitto, Gomes Clesio Tavares, era soltanto un intermediario, un tassello di una catena che arriva a Valter Lavitola, amico del giornalista e ritenuto il vero mandante. Gli esecutori, è il sospetto, sapevano che al vertice c’era il Lavitola.

Per capire le ragioni del sospetto occorre tornare alla mattina del 30 giugno, quando i carabinieri stanno perquisendo un appartamento in provincia di Avellino, casa di Pellegrino D’Avino, uno degli uomini accusati di aver messo la bomba. “Veniva captata una frase di importantissima rilevanza investigativa”, si legge negli atti. È la seguente: “Avvisa Gomes che avvisa quell’altro”. Un’espressione da collegare a un’altra conversazione, intercettata il 2 luglio, ascoltando la moglie di D’Avino, Marika De Filippis, anche lei indagata. Il nome di Lavitola non è ancora noto e la donna è irata. “Avete fatto una stro... pagherete, 2 anni, 3 anni”, urla. Aggiunge: “Noi andiamo piano: il Dottore... Clesio Gomes...”. Un passaggio rilevante perché è così che anche Gomes chiama Lavitola: “Il Dottore”.