Festeggiamo gli ottant’anni di Clara Sereni con la riedizione di Casalinghitudine per La Tartaruga (che rafforza la sua vocazione nella proposta di autrici che hanno trovato forme nuove e sorprendenti di narrazione grazie al lavoro di Claudia Durastanti con Elisabetta Sgarbi), un testo ibrido che è stato per anni nelle librerie di casa e più spesso nello scaffale di cucina. Perché questa fu la novità verso la fine degli anni Ottanta, portare le ricette dentro il racconto di sé, fare della casalinghitudine il punto di partenza della propria autobiografia, una rivendicazione che partiva dai fornelli, dalla cura, dalla memoria delle proprie tradizioni. Era stata un’intuizione fortunata, l’esito di una lunga gestazione. C’erano voluti due libri, Sigma Epsilon (1974), e un secondo testo rimasto nel cassetto, prima che Clara Sereni trovasse una via originale. Un raccontare che doveva affrancarsi dalle vicende storiche della sua importante e “ingombrante” famiglia, trovare una via personale e universale di riscatto. Quella via era il linguaggio del cibo della sua tradizione famigliare ebraica. Pubblicato nel 1987, fu un vero successo fino a diventare nel tempo un manifesto per generazioni di donne. Una rivoluzione perché capovolgeva la percezione della casa e della cucina, anche da lì si poteva prendere il volo, soprattutto se la zavorra della cultura “con tre k maiuscole” era stata una prigione. Cucina povera, fatta con ingredienti semplici e di scarti, ma sempre curata e con un tocco di eleganza e ricercatezza. Una cucina debitrice di tradizioni ed esperienza, pensata per includere, accudire, curare, una cucina di festa, una cucina allegra per stare insieme. Una cucina di salvezza per un bambino difficile. Una cucina soprattutto di donne, perché sono loro quelle che nutrono e curano, «perché anche il cibo è una preghiera». Croce e delizia, solitudine e negritudine, “casalinghitudine” appunto, nella felice invenzione di una parola destinata ad avere fortuna, nonostante le riserve di Natalia Ginzburg manifestate ad Ernesto Ferrero dopo la lettura del testo nel 1986 per Einaudi. Anche il cibo, le ricette, non la persuadono, perché da lettrice attenta quale è, riconosce che il nucleo segreto del racconto è nel rapporto irrisolto con il padre. Aveva torto riguardo alle ricette. Aveva ragione riguardo al rapporto con il padre. Padre autoritario e padre fragile nella vecchiaia, ebreo e marxista, Emilio Sereni è uno dei massimi dirigenti comunisti e figura centrale della politica italiana del dopoguerra, abile a nascondere i sentimenti dietro il Partito e la Storia. Clara lo affronta sulla pagina di sbieco. Al centro di Casalinghitudine troviamo proprio quel grumo oscuro del loro rapporto, quella “rancura” montaliana (Luperini) che si manifesterà nel Sessantotto nell’opposizione tra genitori del Pci e figli della sinistra extraparlamentare. Magrissima, anoressica negli anni dell’adolescenza segnati dal conflitto con il genitore, il linguaggio del cibo è una resa dei conti. Un’intuizione che trova l’autorizzazione nella riscoperta della cultura popolare e materiale degli anni Settanta, basti citare l’edizione curata da Camporesi dell’Artusi, dove la storia culinaria italiana diventa storia antropologica, sociale, letteraria e linguistica. Lo stesso Emilio Sereni con gli occhi rivolti agli studi francesi ne era stato un precursore in un testo citato poi alla fine del libro: I napoletani da mangiafoglia a mangiamaccheroni (1958). Così la cultura alimentare letta con la lente del femminismo degli anni Sessanta e Settanta dà corpo a un diario-memoriale, a un libro di ricette e di preghiere. Il cibo diventa un linguaggio più efficace della parola stessa, capace di comunicare odori e sapori, indizi e memorie scomode, «nostalgia di una totalità perduta». Nella scelta del linguaggio del cibo è stata determinante anche l’esperienza con il figlio disabile Matteo (Tommaso nel libro), qui farine bruscate e pappe al latte erano state la salvezza dal suo pianto senza sosta «di bambino che ha perso qualcosa». Dagli anni Sessanta agli Ottanta, la narrazione autobiografica, famigliare e generazionale, di Clara Sereni prende forma per frammenti secondo la scansione di un manuale di cucina. Testo e ricette hanno lo stesso corpo e carattere. Gli gnocchi di semolino di zia Ermelinda e la carnesecca di nonna Alfonsa sono memoria famigliare; la pasta e fagioli per una delusione d’amore diventa la rivolta verso il padre (il Sessantotto!); la Minestra dei sette grani di nonno Lello (Samuele Sereni) parla di maternità; gli Involtini di cavolo della madre Xenia, pessima cuoca, sanno di nostalgia; l’arrosto con le cipolle festeggia un compleanno dopo il primo tentativo di suicidio a quindici anni; la frittata di zucchine nella casa di Formia, mentre Emilio passeggia sulla spiaggia con Pietro Nenni, è il resoconto di una frattura storica; il 1976 è una bottiglia di spumante scoppiata nel freezer. Alla morte del padre (1977) segue la nascita di Tommaso a cui si lega il tentativo di radicarsi nella casa, attraverso una lunga teoria di piccoli gesti per sopravvivere, per custodire un angolino caldo dentro la casalinghitudine. Siamo alle battute finali. Nel suo libero e sghembo reinventare la propria storia, Clara Sereni chiude Casalinghitudine nel nome del padre, con un riconoscimento e una sfida all’avversario, a colui che le impediva di farsi radice, di crescere, che la confinava dentro lo statuto di figlia “imperfetta”. La figlia “imperfetta” ha finalmente trovato nella scrittura letteraria (non quella saggistica) la sua strada, la sua autonomia, l’eccellere in qualcosa di diverso dal padre. Una scrittura di frontiera, di sconfinamenti, dove accasare la propria inquietudine, una scrittura di memoria e di invenzione, di risarcimento e di riscatto, utopistica per necessità. Una scrittura accogliente e spiazzante, coinvolgente e spigolosa, con una sprezzatura che derivava dalla storia famigliare. A partire da Casalinghitudine, poi con Manicomio primavera, dare dignità all’imperfezione, alla differenza, alla diversità, alla singolarità e al mistero credo sia stato l’impegno di tutta la sua vita. Era stata la disabilità di Matteo, il suo diritto a una esistenza libera e degna, era stato l’amore di Clara e di Stefano per il loro «figlio più bello» a farsi centro delle loro vite. E alla scrittura Sereni ha continuato ad affidare la responsabilità di testimoniare il desiderio e il lutto, la conquista e la perdita, la mancanza che muove ciascuno di noi verso quello che abbiamo sognato o perduto. E la forza di medicare, di tenere insieme, di non smarrire la capacità di fare crescere anche controvento una fragile pianta.