«Mio padre non è mai stato un mago. Ma ha incantato sempre tutti». Guido Tortorella ricorda Cino (Felicino), il Mago Zurlì, star amatissima della tv in bianco e nero, in calzamaglia e lustrini tra i capelli ha abitato l’immaginario televisivo di almeno tre generazioni di italiani. Inventò lo Zecchino d’Oro ma anche decine di altri programmi e format che hanno fatto la tv in tempi che arrivano ben oltre le soglie del nuovo Millennio, prima la Rai e poi le tv commerciali. Nato nel 1977, secondo di quattro fratelli (da due mamme diverse), Guido ha alle spalle studi al Centro Sperimentale di Cinematografia e molto lavoro in tv, ma la sua passione è la scrittura. Ora ha pubblicato il terzo libro, Artificiale (Baldini+Castoldi): un romanzo di fantascienza distopica in cui immagina che nel 2028 l’AI permetta a un figlio – Diego Tortorella – di riportare in vita il padre Cino sotto forma di un androide. Non un biopic sul padre ma un omaggio a un uomo molto amato. «Papà è morto dopo una vita lunga e intensa - dice lui - abbiamo avuto momenti di grande intimità negli ultimi tempi, tuttavia rimaneva qualcosa che non ero riuscito a dirgli. È un modo per darmi pace». E così nasce “Artificiale”. C’è però uno spunto?«Avevo provato a chiedere all’AI di fingersi mio padre e parlare con me come avrebbe fatto lui. L’ho messo nelle prime pagine del romanzo: ma nella realtà fu un dialogo ancora più assurdo e inconcludente. Quella curiosità ha però continuato a lavorare nella mia testa: e se invece avessi immaginato un progresso tale che l’AI, messa in un corpo artificiale, fosse convinta di essere lui? La seconda domanda: io come reagirei se mi fosse offerta questa possibilità? E, ancora: crescendo in lui l’autocoscienza, a che riflessioni sarebbe arrivato?». In alcuni momenti pare di essere dalle parti di Philp K. Dick. Solo un’impressione?«È uno dei miei autori preferiti. Adoro il suo approccio alla tecnologia e alla sua evoluzione. Il racconto che avevo in mente è però La formica elettrica in cui un uomo scopre di essere un androide». Come mai non un biopic?«La biografia non è il mio genere. Papà era un affabulatore, ipnotizzava. In questo ho preso da lui: anch’io amo raccontare, portare chi legge in un mio universo: in questo caso ho inventato un mondo fantastico e realistico nello stesso tempo. E dentro ci ho messo l’uomo che ricordavo e i momenti della sua vita che preferivo. Tutto quello che dico di lui è vero, e lui proprio come lo racconto». Però non si riesce a immaginare il Mago Zurlì seduttore.«Più che altro gli piaceva piacere. Fascinoso, un uomo che amava le donne (e cito non a caso Truffaut che era uno dei suoi registi preferiti). Solo dopo aver conosciuto mamma si è calmato. In generale aveva una grande empatia, che è fondamentale con i bambini. Che capiva al volo e con cui dialogava alla pari, senza leziosaggini, ottenendone in cambio il massimo». L’io narrante si chiama Diego: è o non è lei?«Mi serviva un paracadute emotivo. Già così è stato abbastanza duro scrivere. Diego è una mia distorsione: è figlio unico (sintesi mia e dei miei fratelli: alcune cose che gli attribuisco le hanno vissute loro), fa un lavoro molto simile ma non uguale a quello che io ho fatto per anni a Mediaset». Suo padre è morto nel 2017: scrivere Artificiale le ha permesso di lasciarlo andare?«Mio padre è stato malato a lungo (aveva un tumore al colon): abbastanza per riuscire a fare una vacanza insieme: dieci giorni in cui abbiamo potuto dirci tante cose. Ma la morte arriva sempre troppo presto, qualcosa di non detto resta sempre. Artificiale è un percorso catartico: Diego alla fine accetta che il padre non ci sia più. È l’insegnamento dell’androide: la morte è cosa naturale, bisogna lasciare andare anche le persone più care». Che ricordo ha di suo padre ai tempi della sua infanzia?«Era un genitore presente al cubo. Il suo principio guida: “lascia una buona traccia di te con chi ami” (oggi io faccio di tutto per applicarlo con i miei figli). Molti mi chiedono se non sia stato geloso di condividerlo con i bambini di tutt’Italia. Ma certo che no. Loro possedevano un’icona pubblica, mio padre era Cino non Zurlì. A parte il fatto che, quando io ero bambino, lui aveva smesso da un bel po’ di indossare il costume di Zurlì e lo Zecchino era una volta all’anno. Chi ha convissuto con quel periodo è mio fratello Davide, nato nel 1961». Papà fu uomo di tv a 360°. Nessuna intrusione di quel mondo nella vostra vita?«Ricordo come eccezionale la volta che mi portò a Bologna per lo Zecchino: un weekend magico proprio perché così fuori dall’ordinario. Dalla tv e dall’invadenza dei media ha sempre cercato di proteggerci. Questo non toglie che sia io che mio fratello e mia sorella Chiara ci siamo trovati a percorrere una strada abbastanza simile alla sua: io regista, Davide autore, Chiara conduttrice radiofonica. Solo Lucia, la più piccola, ha scelto tutt’altro e ora lavora in un “tunnel del vento”. Per casa ricordo Scotti, Calà, Reitano, Smaila. Mentre mio fratello si ricorda di Fo e Franca Rame, di Jannacci». Vero che fu Umberto Eco a scoprirlo e portarlo in Rai?«È andata così: Eco va al Piccolo per vedere una pantomima (mio padre aveva fatto la scuola con Strehler, e recitava con Giancarlo Dettori e Giancarlo Cobelli) che ha per protagonista questo personaggio, Zurlì mago Liperlì. Gli piace, vuole farci un programma per la tv dei ragazzi. Lo interpretava Dettori che però si rifiuta. Mio padre invece accetta. Zurlì diventa il mago del giovedì per via del giorno in cui è programmato e sfonda». Che rapporto tra suo padre e Zurlì?«Odio e amore. Però direi che alla fine ci avesse fatto pace: ci scherzava anche. Come quando lanciò un concorso a premi per chi fosse riuscito a scrivere un articolo su di lui senza citare il mago. Non lo vinse mai nessuno: è l’icona a vincere in questi casi». Se ne liberò mai?«Anche se nella memoria collettiva sarà sempre Zurlì, questo non gli ha impedito di inventare tante altri programmi: ha firmato almeno 500 format, prima in Rai, da Chissà chi lo sa a Scacco al re, poi a Mediaset ed EuroTv, dove fu regista e autore, e ad AntennaTre dove fu anche direttore per 15 anni. E negli ultimi anni, quasi un antesignano, si dedicò a un’ultima grande passione, cibo e vino: critico gastronomico, fondò una rivista, scrisse un paio di libri. Furono dieci giorni molto gourmet quelli della nostra ultima vacanza insieme».