«Quando ho visto Giancarlo Bozzo qualche tempo fa, gli ho detto: “Pensavo che il mio commercialista fosse pessimo, ma vedo che anche il vostro…”». Il libro Zelig Republic – storia del cabaret più famoso d’Italia si apre così, con il ricordo di una fulminante battuta di Antonio Cornacchione, destinata a diventare il profetico riassunto della storia dello Zelig di Milano: un locale che non ha retto alla sua stessa grandezza, vittima di una serie di errori di cui lo scrittore Giangilberto Monti ancora non si capacita. «Ci vuole davvero molto impegno per sbagliare così tanto», spiega l’autore che dal ‘86 al ‘96 è stato una delle firme di punta dello Zelig, tenendo a battesimo volti come Aldo, Giovanni e Giacomo. Stasera presenta il libro all'Area Zelig di Milano per poi replicare il 27 novembre al Circolo dei lettori a Torino.

Qual era il punto di forza dello Zelig?

«La ricerca di una comicità intelligente, per lo meno nella prima parte della sua storia. All'epoca Milano era invasa dalla sottocultura delle tv commerciali: il Gabibbo incarnava il tentativo del cittadino medio di reagire alle storture della società… capisce bene che eravamo al grado zero della cultura. Il promotore di tale stupidario tv era Antonio Ricci che inventò la risata relax: una comicità rapidissima, fatta di macchiette e tormentoni, che era puro e semplice intrattenimento. Di fatto, il prodotto perfetto per le tv commerciali. Allo Zelig si tentava qualcosa di diverso: parlare della società che ci circondava, attraverso la risata e una certa cattiveria. Eravamo una forma di resistenza artistica: un locale che era anche un crocevia di arti (letteratura, comicità, musica) e dove la gente si incontrava. Il dopo show era la parte più interessante».