Roma, 21 agosto 2026 – C’è una verità scomoda che si tende spesso a trascurare quando si parla dei prezzi dei carburanti: che la porzione controllata dal governo (la cosiddetta fiscalità) equivale al 60% del prezzo finale, mentre solo il restante 40% dipende dalle quotazioni della materia prima e dai costi della raffinazione. Comincia da qui la nostra conversazione con Alessandro Lanza, economista, docente alla Luiss e direttore della Fondazione Eni ‘Enrico Mattei’, al quale abbiamo chiesto come potrebbe evolvere la crisi legata al caro carburanti, all’indomani dello sfondamento della soglia psicologica dei 2 euro al litro anche per la benzina. Il primo ragionamento è sulle prospettive dei prezzi: "Difficile prevedere di quanto saliranno ancora nelle prossime settimane, ma possiamo sicuramente dire che, finché perdurerà l'incertezza sulla risoluzione del conflitto tra Usa e Iran, è difficile che intraprendano una discesa”, la posizione di Lanza. “Tutti auspichiamo che la pace sia vicina, ma obiettivamente, al momento, non si intravede una via d'uscita", il quadro impietoso tracciato dall’economista.
Le misure applicate finora dal governo
Se è vero che il 60% del prezzo finale è in mano al governo, è anche vero che l’esecutivo, in questi mesi, è intervenuto con varie misure ad hoc, fra cui, in primis, il taglio delle accise, via via ridotto e concentrato soltanto sul diesel. L’ultima proroga del provvedimento, da 17 centesimi al litro per il gasolio (14 cents di accisa + 3 di Iva), scadrà il 25 agosto, ma nei giorni scorsi è praticamente evaporata, perché riassorbita dalla risalita delle quotazioni del petrolio (conseguente all’aggravarsi delle tensioni sullo stretto di Hormuz) e dei prodotti raffinati.






