Si sa. La fibrillazione atriale amplifica fino a cinque volte il rischio di andare incontro a un ictus, ovviamente se non riconosciuta ed adeguatamente trattata. Ma ci sono altri legami invisibili che associano la più comune aritmia cardiaca, particolarmente frequente nella terza età, con patologie del sistema nervoso centrale. Così oggi si scopre che chi previene l’insorgenza di embolie in grado di inibire l’afflusso di sangue ed ossigeno al cervello grazie ai trattamenti anticoagulanti potrebbe anche rallentare il declino cognitivo in presenza di malattia di Alzheimer.
A dirlo è una ricerca coordinata da Maria Eriksdotter, docente presso il Dipartimento di Neurobiologia, Scienze dell'Assistenza e Società del Karolinska Institutet e direttrice di geriatria presso l'Ospedale Universitario Karolinska, pubblicata su European Heart Journal, rivista scientifica dell’ESC (Società Europea di Cardiologia). “L’indagine rinforza anche tutto quello che già conosciamo riguardo la fibrillazione atriale, che non è una aritmia benigna con i suoi effetti negativi – spiega Giulio Molon, Direttore della Cardiologia presso l’Irccs Sacro Cuore Don Calabria di Negrar -. Il più grave certamente è l’ictus cerebrale ma occorre prestare attenzione anche all’insufficienza cardiaca e, come evidente da questa ricerca, il decadimento cognitivo”.







