Il tentativo del numero uno di Mps, Luigi Lovaglio, di resistere alla scalata di Intesa Sanpaolo ha assunto una valenza politica dopo che la premier Giorgia Meloni, nell’intervista di Ferragosto a Milano Finanza, ha auspicato che la banca senese «non finisca smembrata». L’offerta di Intesa, invece, prevede che quasi la metà degli sportelli del Monte vengano ceduti al gruppo Unipol-Bper. Il governo, va ricordato, è ancora azionista di Mps, con il 4,9%. Per questo, da Ferragosto in poi, il futuro di Mps non è più solo una questione di mercato, ma anche un tema politico. È davvero così?Nella realtà economica, quello che conta per il Paese di fronte a un’operazione tra banche è stabilire cosa è meglio per famiglie e imprese; mentre per il mercato vince solo chi offre di più agli azionisti.Infine c’è anche un livello politico, i cui contorni sono meno nitidi, ma è probabilmente il punto che a Meloni premeva sottolineare.Dal lato economico, l’Opas lanciata da Messina su Mps rafforza il campione bancario nazionale, attraverso l’assorbimento di una banca che è stata sì risanata e rilanciata con la clamorosa acquisizione di Mediobanca, ma ha poi dovuto pagare un prezzo molto alto in termini di governance, tanto da trovarsi oggi con un Cda spaccato in due e un’inchiesta dei pm di Milano che pende sul suo Ceo. In questo senso, Messina garantisce a Mps un futuro che, viceversa, non sarebbe così scontato. Ciò vale anche per la quota del 13% delle Generali che da oltre 60 anni garantisce la stabilità della prima azienda finanziaria italiana di livello continentale. Ma nello stesso tempo, non potendo per questioni antitrust tenersi tutti gli sportelli di Mps, nel cederne 635, Intesa Sanpaolo agisce in maniera pro-concorrenziale, andando a creare il primo grande competitor di se stessa: quel gruppo Unipol-Mps-Bper, soggetto assicurativo e bancario che, per rilevanza e peso specifico, prima non c’era. Dal duopolio Unicredit-Intesa, al tanto auspicato terzo polo.In linea con l’augurio lanciato da Meloni a Ferragosto per la creazione di «un sistema ancor più solido e concorrenziale». A livello di mercato, poi, l’Opas di Intesa offre ai soci di Mps il biglietto d’ingresso nell’azionariato della prima banca italiana, con un surplus di 3 miliardi cash, senza grandi rischi. Mentre le alternative proposte agli stessi soci appaiono meno lineari e con notevoli rischi di esecuzione.Dopodiché non si può dimenticare nemmeno la questione politica sollevata dalla premier quando si auspica di evitare lo smembramento di Mps e la perdita del «proprio nome e della propria identità». Un messaggio rivolto al «segno» inequivocabile che ha preso l’intera ondata del risiko 2026, con la banca senese, risanata sotto il governo di centro-destra, che finisce spartita tra l’area cattolico-democratica su cui fa storicamente perno il modello Intesa Sanpaolo, e quella delle cooperative che controllano Unipol. Il tutto mentre l’altra banca cara alla destra, il Banco Bpm, è finita sotto l’assedio dei francesi di Credit Agricole. A livello di «egemonia culturale» la cosa non può entusiasmare Meloni, il messaggio è forte e chiaro.Tuttavia, a conferma che il binario della politica viaggia in parallelo a quello della finanza e segue logiche tutte sue, vale quanto affermato da Marco Osnato, il presidente della Commissione Finanze della Camera, che dopo Ferragosto ha chiarito un punto: fa bene Lovaglio a difendere le peculiarità di Mps, ha detto.Ma «poi è chiaro che il mercato fa le sue scelte e bisogna stare nel solco delle regole delle autorità di vigilanza». Un concetto che, espresso dal responsabile economico e finanziario dello stesso partito della presidente del Consiglio, assume un peso rilevante.