Una struttura piramidale con un capo riconosciuto, un vice operativo, un boss di lungo corso chiamato a risolvere le questioni più delicate e uomini che custodivano il denaro, organizzavano gli incontri riservati e si occupavano delle estorsioni.È l’identikit della famiglia mafiosa di Palermo Centro, descritto dal giudice Claudio Emanuele Bincivinni nelle motivazioni della sentenza su uno dei tronconi del blitz dei 181 arresti, concluso con dodici condanne per oltre 85 anni di carcere. azioni della sentenza sul blitz dei 181 arresti, che ha portato a dodici condanne. Dopo il colpo inferto nel dicembre 2022 che aveva azzerato i vertici del clan, l’organizzazione si sarebbe ricostituita tra Capo, Ballarò, Vucciria e Kalsa con Giovanni Castello al comando e Giuseppe Di Maio, detto «u bloccato» come suo braccio destro.Il primo, condannato a 12 anni, avrebbe ripreso la reggenza della cosca dopo l’arresto di Francesco Mulè: nelle intercettazioni i suoi picciotti lo chiamavano «Iddu» o «il comandante». Il giudice gli attribuisce «compiti concreti di direzione», sottolineando come esercitasse «un’autorità riconosciuta e consolidata tra gli affiliati» e contribuisse attraverso le estorsioni, a mantenere «il sistema di pressione e controllo esercitato dalla consorteria mafiosa sul territorio».Un peso tutto suo lo aveva Francesco «Francolino» Spadaro, figlio di don Masino, storico boss della Kalsa, condannato a 11 anni, un mese e 10 giorni. Dopo la scarcerazione, scrive Bincivinni, «lungi dal recidere il conclamato e pluriennale vincolo associativo», riallacciò i rapporti con vecchi e nuovi boss...L'articolo completo sul Giornale di Sicilia in edicola oggi e in edizione digitale