Sono trascorsi 100 giorni dall’inizio dell’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo e l’Ebola continua ad avanzare. Secondo i dati del Ministero della Salute congolese aggiornati al 16 agosto, i casi confermati sono 5.021 e i decessi 2.378, con un tasso di letalità del 47,4%. Dietro questi numeri ci sono territori difficili da raggiungere, strutture sanitarie fragili e comunità già segnate da conflitti e altre emergenze. Ma ci sono soprattutto persone che devono confrontarsi non soltanto con la malattia, ma anche con la paura, la diffidenza e l’isolamento. Ne parliamo con Mirella Riccardi, referente per la salute mentale di Medici Senza Frontiere, che è appena tornata da Goma e Butembo.
IL CONTESTO E L’EPIDEMIA
Mirella, com’è stato il tuo primo incontro con la comunità e con i pazienti? Che cosa significa vivere in un territorio colpito da un’epidemia?
Un’epidemia non modifica soltanto l’organizzazione sanitaria di un territorio, ma entra nella vita quotidiana, altera profondamente legami, abitudini e routine, cambia le relazioni e alimenta la paura dell’altro. Lo abbiamo sperimentato anche noi durante il Covid, ma con l’Ebola la paura è amplificata dall’altissima letalità e dalla vicinanza quotidiana della morte. Le indicazioni necessarie per contenere il contagio – non toccarsi, lavarsi frequentemente le mani, evitare gli incontri, come raccomandato dal Ministero della Salute e dalle organizzazioni che operano sul territorio – modificano radicalmente la dimensione comunitaria della popolazione. A questo si aggiunge la gestione dei decessi: i corpi restano altamente contagiosi e richiedono una sepoltura degna e sicura, che può entrare in contrasto con i rituali locali. Il primo compito di noi operatori è quindi incontrare e ascoltare la comunità, comprenderne abitudini e riti e, attraverso il dialogo, individuare modalità condivise che consentano di ridurre il rischio di contagio senza ignorarne la cultura. Molte famiglie arrivano nei centri di trattamento quando la malattia è già in una fase avanzata. Alcune non credono che l’Ebola sia reale; altre temono che rivolgersi alle strutture sanitarie possa essere pericoloso. In alcune comunità è radicata la convinzione che il virus sia stato portato dai musungu, i bianchi, per interessi economici.







