Esiste un’arte in cui l’uomo fa un passo indietro, posa i pennelli e cede il ruolo di creatore agli elementi primordiali. È un processo di ascolto e di attesa, dove l’artista prepara il palcoscenico e lascia che sia il mondo a manifestarsi. Questa è l’essenza delle “Naturografie“, una pratica artistica concettuale e materica che Roberto Ghezzi, artista nato a Cortona nel 1978, ha messo a punto in circa vent’anni di ricerca. Attraverso questo metodo, Ghezzi realizza opere a quattro mani con l’ambiente, installando teli bianchi in tessuti naturali e lasciando che sia la natura stessa a “dipingere” le proprie forme e i propri ritmi.
La ricerca di Ghezzi, le cui origini affondano nello studio di scultura di famiglia e si sono perfezionate all’Accademia di Belle Arti di Firenze, ha sempre avuto al centro l’indagine del paesaggio. Dopo gli esordi legati alla rappresentazione pittorica, l’artista è passato a una sperimentazione “sul campo”, dove il supporto diventa uno spazio di comunione reale tra l’uomo e la terra. Pur creando con la natura, l’artista supervisiona l’intero processo, determinando le variabili iniziali e calcolando il fondamentale fattore del tempo.
Oggi, questa indagine si è spinta fino ai confini dell’Asia profonda. In queste settimane, Roberto Ghezzi è infatti protagonista del progetto “Mongolian Stories”, una residenza artistica di 45 giorni supportata e realizzata in collaborazione con l’Erdenesiin Khuree – Mongolian Calligraphy and Art Center. A garantire il rigore antropologico del progetto c’è la consulenza scientifica di Nadia Breda e Sabrina Tosi Cambini, studiose del Centro Interuniversitario di Ricerca naMec.







