di
Stefano Vicari
La storia di Edoardo (16 anni) e di quei «Cinque minuti» che chiedeva ai genitori per finire una partita o chattare con gli amici che però diventavano mezz’ora, poi un’ora, poi una notte quasi intera
Edoardo ha sedici anni e frequenta, a fatica, il terzo anno di liceo. Fino a qualche tempo fa era un ragazzo come tanti. Andava abbastanza bene a scuola, giocava a calcetto due volte alla settimana, usciva il sabato con gli amici. Non era particolarmente espansivo, ma aveva il suo gruppo, i suoi interessi, una vita tutto sommato regolare.Poi, lentamente, il telefono ha cominciato a occupare sempre più spazio.All’inizio erano video brevi, chat, partite online, messaggi da controllare prima di dormire. Nulla che sembrasse diverso da quello che facevano i coetanei. I genitori gli dicevano di spegnere prima. Lui rispondeva: «Cinque minuti». Quei cinque minuti, però, diventavano mezz’ora, poi un’ora, poi una notte quasi intera.
Edoardo non andava a letto con l’idea di restare sveglio. Ci finiva dentro. Un video ne chiamava un altro. Una notifica apriva una conversazione. Una partita online non poteva essere abbandonata a metà. Se provava a staccare, sentiva un’inquietudine difficile da spiegare, come se stesse perdendo qualcosa di importante. «Tanto non dormo lo stesso», diceva.La mattina diventava sempre più difficile alzarsi. Prima qualche ritardo, poi assenze sempre più frequenti. A scuola arrivava stanco, irritabile, con gli occhi pesanti. Seguiva poco, dimenticava i compiti, rispondeva male agli insegnanti. I voti cominciavano a scendere.








