Levata di scudi a Bruxelles contro le nuove sanzioni decise dagli Usa contro i vertici della Corte Penale Internazionale (accompagnate da un violentissimo attacco da parte del segretario di Stato Marco Rubio). A scendere in campo, per primi, sono stati il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, e la numero uno della Commissione, Ursula von der Leyen, esprimendo il "fermo sostegno" di entrambi alla Cpi, alla sua presidente Tomoko Akane e ai funzionari "che ne difendono la missione". Ora resta però da vedere se dalle parole si passerà ai fatti. La presidente di S&D al Parlamento Europeo, Iratxe García Pérez, ha chiesto infatti che von der Leyen "finalmente attivi lo 'Statuto di blocco' per proteggere la Cpi". "L'amministrazione Trump - ha precisato - sta sanzionando la giustizia stessa: l'Europa deve schierarsi a favore della giustizia internazionale, non degli autocrati". Ma la Commissione, sinora, ha sempre evitato di attraversare il Rubicone. Lo 'Statuto di blocco' è il meccanismo giuridico concepito per tutelare le entità e i cittadini con sede nell'Ue dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni straniere: per proteggere la Corte l'esecutivo blustellato dovrebbe aggiungere all'allegato dello statuto i decreti presidenziali statunitensi che impongono le sanzioni ai funzionari della Cpi. In teoria molto facile (la Commissione può agire da sola) ma, nella pratica, si tratta di una scelta molto delicata, non solo dal punto di vista politico. Questa la procedura. La Commissione detiene il diritto di iniziativa esclusivo ma prima di adottare il testo è tenuta per legge a consultare un gruppo di esperti composto da rappresentanti di ogni Stato membro dell'Ue. Dopo che l'atto delegato è stato adottato, viene poi trasmesso direttamente al Consiglio Ue (che rappresenta gli Stati membri) e al Parlamento europeo. I 27 dispongono di un rigoroso periodo di esame di due mesi. Se però una maggioranza qualificata dei Paesi (o una maggioranza assoluta in Parlamento) si oppone, la legge viene completamente bocciata e non può entrare in vigore. Insomma, le capitali potrebbero metterci lo zampino. E si sa, quando si tratta di Stati Uniti il rischio che molti Paesi dell'Ue preferiscano non avere guai è molto alto. Quindi von der Leyen - già di suo restia a mettersi contro Washington - non vuole di certo restare col cerino in mano - senza contare che lo scudo è deciso sì a livello europeo ma va poi fatto valere dalle autorità degli Stati membri. Di certo c'è che, viste le pressioni degli Usa perché le nazioni che fanno parte dello Statuto di Roma si ritirino, l'Europa potrebbe trovarsi molto sola nella difesa della Corte dell'Aja. Dall'Onu è arrivata però la condanna delle sanzioni Usa: "Le inaccettabili nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro la presidente della Corte penale internazionale e un membro dell'accusa devono essere revocate", ha chiesto l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk.