DURO e puntuale, arriva il colpo di bacchetta: il destinatario, il generale Roberto Vannacci. Il leader di Futuro Nazionale bersaglio di un nutrito gruppo di undici sacerdoti. Tra questi due lucani quali don Marcello Cozzi, teologo e prete impegnato sul fronte della tutela dei deboli, e don Franco Corbo, parroco ad Avigliano. Tutti concordi nel definire quantomeno fuori luogo l’esternazione con la quale aveva accostato l’apostolo Paolo a un “camerata”. Di fatto equiparando la missione evangelizzatrice del santo a principi ideologici.
L’evento incriminato si era verificato qualche settimana fa. Il generale, nell’ambito della presentazione del programma politico del partito, sulla possibilità di modificare i sussidi destinati ai migranti nel nostro Paese, aveva attinto dalle Sacre Scritture. In particolare, dalla Seconda Lettera ai Tessalonicesi, citando il passo del versetto 10 del terzo capitolo. “Chi non vuole lavorare neppure mangi” (2Ts 3, 6-10), cercando di contestualizzarla al modello norvegese che, come affermato dal generale, «ha deciso di non concedere sussidi prima dei cinque anni di permanenza nel paese». A suo dire proprio in nome del principio affermato da san Paolo.
Utilizzare frasi al di fuori del loro contesto d’origine per avvalorare una tesi o, semplicemente, dare adito a un dibattito, non è un esercizio raro nel complesso mondo della comunicazione. Specie quello odierno, nel quale lo spunto polemico diventa pane prelibato della discussione social.








