“Le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico”. La frase di Roberto Vannacci, secondo cui San Paolo, l’apostolo delle genti, uno dei pilastri della storia cristiana, era un “camerata”, fa infuriare la Chiesa. A protestare pubblicamente è un gruppo di sacerdoti. Ma la loro lettera è solo l’ultimo episodio in cui esponenti religiosi criticano le parole del leader di Futuro Nazionale. Dalla remigrazione alle classi di scuola riservate ai disabili, sono diverse le diocesi che hanno fatto sentire in passato la loro voce.

La lettera, inviata allo stesso Vannacci, esprime “profondo dissenso e sconcerto“. È firmata da undici sacerdoti aderenti alla Fondazione Interesse Uomo che opera tra Sicilia e Basilicata per il contrasto all’usura e al sovraindebitamento. L’europarlamentare, nei giorni scorsi, aveva definito “l’apostolo Paolo come un camerata, richiamando un fantomatico principio economico paolino che troverebbe fondamento sulle parole dell’apostolo delle genti: ‘chi non vuol lavorare neppure mangi’, per giustificare l’abolizione o il forte ridimensionamento dei sussidi sociali“, si ricorda nella lettera.

Interviene anche il Movimento dei cristiani riformisti: “Nelle sue esternazioni, il generale Vannacci compie un grave errore di valutazione: confonde l’esortazione del Santo a una vita spirituale e morale migliore con una sorta di rigido ordine militaresco. Ridurre il messaggio Paolino a una mera disciplina di caserma dimostra una totale mancanza di comprensione del testo sacro, o peggio ancora una totale ignoranza”, sottolinea il presidente Antonio Mazzocchi che conclude: “Scherzi con i fanti ma lasci stare i santi”.