Il solo pronunciare la parola Ilva può, se non si è direttamente coinvolti, provocare un moto di fastidio a molti italiani. Per i tanti soldi pubblici che quell’azienda, identificata erroneamente con il solo impianto di Taranto, ha assorbito (circa 4 miliardi dal 2012). Per l’intrecciarsi di privatizzazione, nazionalizzazione, riprivatizzazione, sentenze della magistratura. Per il susseguirsi di strumentalizzazioni politiche bipartisan con contorno di polemiche continue. Ma dimenticando quello che nelle ultime 48 ore una manifestazione di interesse all’acquisto di ben 14 imprese italiane, di fatto quasi tutte le maggiori del settore da Arvedi a Marcegaglia, ha indicato come il vero problema. Che ha poco a che fare con l’Ilva o ex Ilva che dir si voglia.

Un problema legato all’incapacità manifesta da parte del nostro Paese e segnatamente dell’intero arco politico e sindacale di delineare le priorità di un’Italia a cui piace vantarsi di essere la seconda manifattura d’Europa. È contenta di sorpassare il Giappone diventando il Paese quarto esportatore al mondo. Che si bea dei successi delle imprese tricolori che ancora nel primo semestre di quest’anno sono riuscite a far crescere l’export del 4,5% arrivando alla cifra di quasi 340 miliardi di vendite all’estero. Tutti traguardi importanti di quello che una volta si sarebbe chiamato il mondo della produzione, fatto di imprese e lavoratori. Primati raggiunti evitando però con cura di trarne le conseguenze. Soprattutto se si vuole continuare a crescere. Quando 14 imprese italiane attive nell’acciaio si mettono assieme candidandosi all’acquisto dell’ex Ilva, significa che un intero settore sta mettendo al centro delle strategie-Paese quell’azienda. Il problema non è chi controlla, chi possiede quella società, chi la gestisce. Dovremmo evitare i tranelli di quanti sono pronti a farne questioni di principio sperando diventino così materiale di polemica politica.