Se a distanza di novant’anni dalla sua morte (19 agosto 1936) non abbiamo il corpo di Federico Garcia Lorca, la sua “alma“ – inquieta, addolorata, diversa, combattente, geniale – non si è perduta come le sue ossa gettate dai franchisti, che all’alba lo avevano fucilato, con quelle di altri dissidenti in una fossa comune di Fuertegrande de Alfacar, poco più di venti chilometri da Fuente Vaqueros, il comune della provincia di Granada dove era nato il 5 giugno 1898. E per quell’anima gloriosa la Spagna è scesa di nuovo in strada con cartelli espliciti: “Lorca vive“. A Madrid una “saca nocturna“ ha portato la statua di Lorca che si trova al Retiro in pellegrinaggio per le strade della città fino a ricongiungerla con quella di Plaza Sant’Ana.
Le celebrazioni per Federico Garcia Lorca a Madrid (EPA/Kiko Huesca)
E questa incursione non era come quella di novant’anni fa per condurlo all’esecuzione, ma per “portarlo fuori“ definitivamente e dire che il popolo spagnolo è tutto per lui. Lo “chien andalou“, come definirono Lorca in modo spregiativo e invidioso Luis Buňuel e Salvador Dalì, ha dato molto in vita da un punto di vista culturale ma anche come simbolo di libertà e pace, pagando sulla sua pelle le posizioni “socialiste, massoniche e omosessuali” che la destra vedeva nei suoi scritti e nei suoi comportamenti considerandolo un nemico.










