Vent’anni fa sull’isola di Deen Maar, al largo della costa sud-occidentale dello Stato australiano di Victoria, nascevano migliaia di otarie ogni estate. Nell’ultimo censimento i cuccioli erano appena 700. Ma il declino della colonia ha lasciato anche un altro indizio, molto più visibile dei numeri: animali con ampie porzioni di pelle nuda, dove dovrebbe esserci quella fitta pelliccia che consente loro di affrontare per ore le fredde acque dell’Australia meridionale. Sono due segnali diversi, e nessuno ha ancora dimostrato che abbiano una stessa causa. Ma è proprio nel tentativo di capire cosa stia accadendo intorno a Deen Maar che oggi si concentra il lavoro degli scienziati. E una delle piste porta all’ambiente marino: contaminanti persistenti e metalli accumulati nella rete alimentare.

Deen Maar, conosciuta anche con il nome coloniale di Lady Julia Percy Island, si trova circa 8 chilometri dalla costa, vicino a Port Fairy. È una piccola isola vulcanica, remota e difficilmente accessibile, sacra alle comunità Eastern Maar e Gunditjmara, e ospita una delle principali colonie riproduttive di otaria orsina australiana,Arctocephalus pusillus doriferus. O almeno la ospitava nelle dimensioni a cui gli studiosi erano abituati. I circa 700 cuccioli censiti quest’anno rappresentano un calo superiore al 40% rispetto al 2017 e di oltre il 65 per cento rispetto al 2007. La diminuzione fa parte di una tendenza osservata da tempo nelle popolazioni australiane della specie, ma a Deen Maar appare particolarmente marcata. Una pelliccia che non protegge più A rendere il quadro ancora più insolito è l’alopecia osservata in numerosi animali, soprattutto nelle giovani femmine. Per un’otaria, perdere il pelo non è un problema estetico. La pelliccia è una sofisticata barriera termica: il fitto sottopelo intrappola aria e limita il contatto diretto tra pelle e acqua. Quando questa protezione viene meno, l’animale disperde più calore e deve consumare più energia per mantenere costante la temperatura corporea.