Se n’è andata all’improvviso, sulla soglia degli 80 anni (li avrebbe compiuti il prossimo 7 gennaio). Un malore nella notte, la corsa in ospedale a Roma. Purtroppo inutile. Carla Tatò se n’è andata così, ha improvvisato anche nell’ultimo dei suoi copioni, dove le parole scritte con lei si muovevano con ritmi nuovi e diversi. Mi era capitato di scrivere che lei «non recita, ma suona le parole». Ed è vero: ascoltare le poesie nella sua “interpretazione” era un’esperienza mistica. Le parole danzavano, erano fragorose e poi quiete, strabordanti e insinuanti, creavano sogni e proponevano la realtà, portavano all’avventura e poi alla solitudine, erano tutta la vita possibile che diventava suono e anche movimento ritmico.Era un tam tam fragoroso e meditativo, un’eruzione che si trasformava fino a diventare statica e viceversa. Tutto con un grande rispetto per la metrica, sollecitata e tesa (all’infinito? lo sembrava), perché lei stava nell’idealità concreta del «sempre teatro vissuto e mai vita recitata». Anche questo era il frutto di un’esistenza che dal 1973 è stata vissuta in totale simbiosi con Carlo Quartucci, il grande regista messinese, autentico padre della sperimentazione teatrale italiana (scomparso il 31 dicembre del 2019): «Incontrai Carlo – mi aveva raccontato – quando lui si muoveva con il suo camion bianco, che ha portato il teatro nelle borgate di tutta Italia, e io con la mia Harley Davidson rossa. Io, con la moto, sono salita sul suo camion e lui è salito sull’Harley». È nato così il mito teatrale di Carlo e Carla, accompagnati dall’inseparabile Moby di turno (un cane che portava il nome della balena, protagonista del romanzo di Melville, che Quartucci aveva girato per la Rai), un’avventura ormai storica.Carla Tatò, nata a Roma nel 1947, era figlia di Antonio, intellettuale e importante esponente del Pci, e di Erminia Romano, la prima direttrice d’orchestra in Italia. Prima di incontrare Carlo era già un’attrice nota, avendo lavorato in diversi spettacoli di Carmelo Bene e poi, in un’esperienza molto importante, con Gian Maria Volontè. Con Dacia Maraini aveva fondato a Roma la Compagnia Blu e il Teatro di quartiere a Centocelle. Aveva anche girato alcuni film con registi quali Marco Bellocchio, Mario Monicelli, Carlo Di Carlo e Dario Argento e partecipato alla versione televisiva dell’«Orlando furioso» di Luca Ronconi. L’incontro con Quartucci, avvenuto negli studi della Rai di Torino, ha cambiato la sua vita, impegnata da allora in poi in un teatro dove più importante di ogni cosa è stato sempre quello che accadeva in scena, non tutto ciò che si era preparato o che sarebbe seguito. La creazione era al servizio del momento, e viceversa.Dopo il lungo viaggio di «Camion» (di cui rimane testimonianza nel film tv omonimo), ci fu la nuova ed entusiasmante avventura de «La Zattera di Babele», prima a Genazzano, in provincia di Roma, e poi in Sicilia, a Erice. «Abbiamo lavorato – mi raccontò – con immaginazione, ragione, capacità di andare in fondo, istinto, intuito e spirito critico. Istinto e intuito sembrano essersi persi, oggi tutto sembra piallato, ma io mi voglio battere perché queste caratteristiche umane così importanti riabbiano il loro posto centrale». Ed è vero, ci ha provato fino all’ultimo, affidando un patrimonio immenso di carte, video, immagini e materiali di scena all’Università di Tor Vergata (in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di Genazzano, il paese dove esiste piazza Carlo Quartucci) e al Dams dell’Università di Messina. La sua idea era quella di fare, sia nel Lazio sia in Sicilia, un laboratorio permanente, in grado di convogliare esperienze artistiche da tutto il mondo. Perché la sua realtà teatrale era sempre “in divenire”, frutto di un’esperienza unica nella storia scenica italiana, alla quale avevano partecipato artisti e intellettuali di ogni categoria: Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Roberto Lerici, Germano Celant, Giovanna Marini, Luigi Cinque, i pupi di Mimmo Cuticchio e tantissimi altri.In questo itinerario lungo e composito, Carla Tatò, creatrice più che attrice (lei diceva: «Chi mi conosce sa che io non sono un’attrice, ma una narratrice», però, chiedendole scusa, preferisco «creatrice»), ha attraversato personaggi importanti, direi – senza alcuna enfasi – storici, come Nora Helmer di «Casa di bambola» di Ibsen (stravolta da Carlo e Carla che «stravedevano la scena») o Pentesilea di Von Kleist, presentati in vari Paesi europei. A Palermo, nel 1994, era stata perfino Federico II in «Ager Sanguinis», uno spettacolo scritto da Aurelio Pes per gli 800 anni dalla nascita dell’imperatore.Carla (che nel 2023 a NaxosLegge ricevette il premio teatrale «Ombra di Dioniso») venne in Sicilia per la prima volta nel 1974, per uno spettacolo negli studi Rai di Catania (altri tempi!): «Ci fermammo a Messina – mi raccontò – , che Carlo mi fece girare in lungo e in largo. Volle mostrarmi tutti i luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza. Lui amava moltissimo la sua città, ma dovemmo aspettare il 1993 per essere chiamati (da Mariano Rigillo, nda) a recitare nel Vittorio Emanuele con “Tamerlano il grande”, in un teatro che ha un meraviglioso palcoscenico».La coppia tornò al Vittorio Emanuele nel novembre del 2017 per una «lezione – non lezione» magistrale, che partiva da una frase di Luigi Pirandello: «C’è un oltre in tutto. Ma voi non volete e non sapete vederlo». Carla Tatò quell’oltre aveva sempre saputo vederlo. Oggi, che è andata in un nuovo oltre, non possiamo non immaginarla abbracciata a Carlo, sempre pronti a “stravedere”.
Addio a Carla Tatò sempre “oltre” la scena
Attrice e interprete travolgente, assieme col regista messinese Carlo Quartucci fu protagonista di un’indimenticabile stagione di geniale sperimentazione






